La pacchia è finita? Di Foggia, i sette milioni e l’asse rovente Eni-Terna
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Redazione Interno
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La pacchia, se così possiamo definirla, per Giuseppina Di Foggia sembra essersi conclusa in modo piuttosto brusco, tra le maglie di un balletto di poltrone che tiene banco nei palazzi romani. Da una parte c’è la buonuscita da 7,3 milioni di euro – un’indennità di fine rapporto che l’amministratrice delegata di Terna in scadenza rivendicava a ragion veduta – e dall’altra la prestigiosa presidenza di Eni, il colosso del cane a sei zampe. Di Foggia, che secondo alcune voci di corridoio deve la sua fulminea ascesa pubblica a solide amicizie politiche (segnatamente con le sorelle Meloni), si è trovata di fronte a un bivio secco, quasi privo di sfumature, imposto direttamente dalla premier. “Mi pare abbastanza semplice la questione”, ha tagliato corto Giorgia Meloni, imponendo di fatto una scelta netta tra l’ingente tesoretto e la nuova carica. Una mossa, quest’ultima, che ha rapidamente sciolto ogni riserva: la manager ha rinunciato ai milioni, optando per la guida del board del gruppo energetico.
L’intervento a gamba tesa di Palazzo Chigi
L’affondo della presidente del Consiglio, avvenuto durante il Salone del mobile di Milano, non ha lasciato spazio a interpretazioni; anzi, ha rappresentato un vero e proprio aut aut nei confronti di una dirigente che, fino a quel momento, sembrava intenzionata a incassare il premio di fine mandato senza particolari patemi d’animo. Il rebus sulla buonuscita, esploso a stretto giro dalla pubblicazione delle liste per il rinnovo dei vertici delle partecipate, aveva creato un imbarazzo non indifferente per l’esecutivo, costretto a mediare tra le richieste della manager e le rigide direttive del Tesoro sul contenimento dei costi. Alla fine, la soluzione è arrivata dall’alto: o si accettava l’incarico all’Eni (rinunciando ai 7,3 milioni), oppure si restava con un pugno di mosse, o meglio, con l’indennità. Di Foggia, messa alle strette, ha scelto la poltrona più prestigiosa, lasciando sul tavolo una somma che avrebbe fatto gola a molti.
Freni, l’altro fronte caldo che spacca la maggioranza
Se il caso Di Foggia sembra aver trovato una quadra (per quanto rocambolesca), non si può dire lo stesso per l’altra partita scottante in agenda: la successione alla presidenza della Consob. Qui il nome del sottosegretario all’Economia, Federico Freni, continua a spaccare in due la coalizione di governo, alimentando un clima di tensione che ricorda le vecchie faide interne al centrodestra. Freni, sostenuto a spada tratta dalla Lega che lo ritiene il “profilo migliore”, si scontra con una fronda interna che ne osteggia la candidatura, creando un cortocircuito politico che rischia di paralizzare l’authority di Borsa. Una spaccatura, quella sulle poltrone, che Giorgia Meloni conosce bene: “Maledette poltrone”, potrebbe ripetere la premier, consapevole che ogni volta che si tratta di riempire un posto chiave, la maggioranza va in tilt e le destre litigano.
Il cerino acceso delle nomine e la resa dei conti
Alla fine, nel caos delle designazioni, è stata quindi la stessa presidente del Consiglio a dover mettere una pezza, scaricando la responsabilità della scelta direttamente sulla manager. Lo strappo della buonuscita – che aveva dell’inverecondo agli occhi dell’opinione pubblica visto l’ingente cifra – è stato ricucito solo grazie all’intervento diretto di Palazzo Chigi, che ha imposto una linea dura. Mentre Di Foggia si appresta a prendere le redini dell’Eni (lasciando Terna e i suoi ormai ex 7,3 milioni), rimane però sullo sfondo la spinosa questione Consob, con il nome di Freni che continua a dividere. Il governo, in sostanza, naviga a vista tra una lite e l’altra, confermando che la gestione delle partecipate pubbliche resta un campo minato, dove ogni passo falso rischia di far saltare gli equilibri già fragili della coalizione. La vicenda, al netto dei numeri milionari, restituisce l’immagine di un esecutivo costretto a intervenire chirurgicamente per evitare che le ambizioni personali dei manager (e dei partiti) facciano saltare il banco.




