Vertice a Cipro, l’Europa cerca una bussola tra Mediterraneo e clausola di difesa
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Redazione Esteri
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La due giorni di Nicosia, ospitata dal presidente cipriota Nikos Christodoulides nella capitale e nella vicina località di Agia Napa, si è trasformata in un laboratorio politico ad alta tensione: da una parte i leader dell’Unione hanno cercato di mettere a punto una strategia comune per il Vicinato meridionale (il cosiddetto nuovo Patto Ue per il Mediterraneo), dall’altra hanno dovuto fare i conti con la cronica mancanza di risorse finanziarie e con la necessità – improvvisamente improrogabile – di darsi una difesa comune più credibile, magari ricalcando l’articolo 5 della NATO attraverso il rafforzamento dell’articolo 42.7 del Trattato sull’Unione Europea.
Il tema, va detto, non è nuovo: la clausola di mutua assistenza (quella che impegna i Ventisette a soccorrere un membro aggredito) esiste formalmente dal 2009, con il Trattato di Lisbona, ma non è mai stata attivata se non dopo gli attentati di Parigi del 2015; la sua operatività sul campo resta però un rebus. Ecco perché i capi di Stato e di governo, come ha riferito lo stesso Christodoulides al termine della cena di giovedì, hanno chiesto alla Commissione Europea di predisporre un piano concreto: un documento che faccia chiarezza su “come rispondere” nel caso in cui uno Stato membro decida di invocare l’articolo 42.7, prevedendo bisogni operativi e logistici. Una mossa, questa, dettata anche dalla cronaca recente: a marzo, un attacco di droni contro una base britannica a Cipro (usata come piattaforma per le operazioni in Medio Oriente) ha fatto suonare un campanello d’allarme, dimostrando quanto il conflitto sia ormai a due passi dai confini dell’Unione.
L’asse Meloni-Merz e la battaglia sul bilancio 2028-2034
Se sul fronte della difesa il consenso è apparso ampio, lo stesso non si può dire per il dossier economico, che ieri ha monopolizzato la seconda giornata di lavori al Filoxenia Conference Centre. Sul tavolo c’è il Quadro Finanziario Pluriennale 2028-2034, primo vero banco di prova per la nuova legislatura, e le posizioni tra Roma e Berlino restano distanti. Friedrich Merz, cancelliere tedesco, ha ribadito il suo no a un nuovo debito comune, lanciando un messaggio piuttosto secco: l’Ue “faccia con quello che ha”, senza molti giri di parole. Un’impostazione che stride con le richieste di flessibilità avanzate da Giorgia Meloni, la quale – in vista del prossimo Consiglio – insiste sulla necessità di sospendere o rivedere le rigide regole del Patto di stabilità, specialmente alla luce della crisi energetica post-Hormuz.
E la crisi energetica, per l’esattezza, è la vera emergenza che ha funto da collante e da detonatore contemporaneamente. La chiusura virtuale dello Stretto di Hormuz, conseguenza del conflitto in Iran, sta facendo schizzare i prezzi e mettendo in ginocchio le economie più fragili del blocco; per contrastare il caro-bollette, la Commissione Von der Leyen ha già proposto misure tampone (aiuti di Stato e voucher), ma la partita vera si gioca proprio sulla capacità di reagire senza rompere l’unità fiscale.
Il dialogo Sud-Sud e l’ombra (inesistente) di Trump
Nel pomeriggio, il vertice ha cambiato registro: i leader europei hanno accolto i loro omologhi mediorientali – il presidente egiziano al-Sisi, il libanese Joseph Aoun, il siriano Ahmed al-Sharaa (quest’ultimo accolto personalmente da Christodoulides) e il principe ereditario Hussein di Giordania – per un pranzo di lavoro incentrato sulle iniziative per il Vicinato meridionale. L’obiettivo dichiarato è duplice: rilanciare il Patto Ue per il Mediterraneo e, al contempo, gettare le basi per una presenza navale più incisiva nella regione, magari sul modello della missione Eunavfor Med, ma con un mandato aggiornato per mettere in sicurezza le rotte del Golfo.
Proprio in questo contesto, l’Alta rappresentante Kaja Kallas ha gettato sul tavolo l’idea di una missione in Libano, qualcosa di simile all’attuale Unifil ma con un mandato diverso, più orientato ad aiutare le forze armate locali nel disarmo di Hezbollah. Un’ipotesi che dimostra quanto l’Europa senta il bisogno di ritagliarsi un ruolo autonomo, visto che – ormai da più di un anno – la Casa Bianca di Donald Trump ha scelto una linea che i leader europei definiscono “di rottura degli equilibri”, preferendo parlare di sicurezza comune senza fare affidamento esclusivo sull’ombrello atlantico.




