Minacce e favori al clan Contini, così l'ospedale San Giovanni Bosco era diventato terreno di conquista della camorra

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Redazione Interno Redazione Interno   -   L'inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Napoli, culminata nell'esecuzione di quattro misure cautelari a carico di altrettante persone, ha dissezionato il sistema di potere che il clan Contini, pezzo da novanta del cartello dell'Alleanza di Secondigliano, aveva impiantato all'interno dell'ospedale San Giovanni Bosco. Le indagini, coordinate dal pm della Dda Alessandra Converso e condotte da finanzieri e carabinieri, hanno preso le mosse dalle dichiarazioni di un collaboratore di giustizia, rivelando un panorama di controllo capillare che trasformava una struttura sanitaria pubblica in un personale feudo criminale. Tre degli indagati, ritenuti affiliati al sodalizio, sono già finiti in carcere, mentre si è resa necessaria una quarta ordinanza di custodia, a dimostrazione della ramificazione degli interessi del clan, un'organizzazione che, come emerso, poteva contare su una rete di complicità in grado di lambire persino il mondo delle professioni e quello dei pubblici ufficiali.

Il meccanismo di sopraffazione, secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, non si limitava alla classica imposizione di attività commerciali. È vero, i Contini gestivano bar, buvette e distributori automatici all'interno del nosocomio, e lo facevano in totale assenza di autorizzazioni, senza versare un euro all'Asl e allacciandosi abusivamente alle utenze pubbliche. Ma il loro controllo andava ben oltre, penetrando nei meandri dei reparti e nei protocolli sanitari. Per anni, la forza d'intimidazione del clan avrebbe garantito illeciti favori a propri affiliati e a membri di cosche alleate, un sistema che funzionava grazie alla compiacenza, e talvolta alla paura, di chi nell'ospedale ci lavorava. Personale sanitario, addetti alla vigilanza, dipendenti di ditte appaltatrici e persino un'associazione operante nel settore delle ambulanze sono finiti nel mirino delle investigazioni: chi costretto con violenza, chi colluso, ha permesso che il San Giovanni Bosco diventasse il teatro di ricoveri facili, certificazioni false e pratiche ben più sinistre.

Dalle carte false ai trasporti illegali, il prontuario dei servizi del clan in corsia

Il catalogo delle attività illecite, contestate a vario Titolo e che vanno dall'associazione per delinquere di stampo mafioso all'usura, passando per la corruzione e il riciclaggio, dipinge la fotografia di una gestione parallela della sanità. Un capitolo inquietante riguarda i certificati medici falsi, rilasciati da camici bianchi compiacenti, che sarebbero serviti non solo per truffe alle assicurazioni, simulando incidenti stradali con tanto di falsi testimoni e perizie mendaci, ma anche per ottenere scarcerazioni illegittime. E poi il capitolo dei servizi funebri, un business sporco: il trasporto delle salme, che dovrebbe avvenire tramite imprese autorizzate, veniva invece effettuato con le ambulanze, in un giro di favori che nulla lasciava al caso. Un sistema, insomma, in cui ogni bisogno, dalla sigaretta al ricovero, dal certificato falso al trasporto del defunto, poteva essere soddisfatto dal clan, che in cambio incassava denaro, potere e consenso sociale nel territorio di riferimento.

La regia del legale e le pressioni sul direttore che voleva fare pulizia

Nella complessa architettura del sodalizio, un ruolo di primo piano era riservato a un avvocato, finito in manette con l'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. Il professionista, secondo la Dda, non si limitava a fornire consulenze legali, ma era pienamente compenetrato nell'organizzazione: gestiva le ricchezze accumulate con le truffe, reinvestendo i proventi in immobili, auto di lusso e quadri d'autore; faceva da intermediario con pubblici ufficiali infedeli per carpire informazioni riservate; e teneva i contatti con i detenuti, veicolando notizie e gestendo le cosiddette "mesate", i soldi destinati alle famiglie dei carcerati. A tutto questo, si aggiunge un tassello fondamentale per comprendere la reazione del sistema criminale a chi tentava di opporsi. Nell'ordinanza del gip si parla espressamente delle minacce subite da Ciro Verdoliva, all'epoca direttore generale dell'Asl Napoli 1 Centro. La sua gestione, che cercava di tagliare fuori l'area riconducibile ai Contini dagli appalti di pulizie e servizi, si era scontrata con un clima di pressioni inaudite. Un'intimidazione chiara, quella subita da Verdoliva, che non solo non si è piegato, ma ha formalizzato le segnalazioni, collaborando con la Procura e permettendo così di portare avanti un'azione di risanamento che oggi, con questi arresti, riceve una prima, fondamentale risposta giudiziaria.

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