Rai, l’Italia ripescata ai Mondiali è un affare d’oro: le cifre (faraoniche) in ballo, l’Iran e il cavillo che ci fa sperare

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Redazione Sport Redazione Sport   -   La débâcle della Nazionale contro la Bosnia, che ha sancito la terza assenza consecutiva dalla fase finale della Coppa del Mondo, ha scatenato un terremoto finanziario nella sede della Rai di viale Mazzini, un danno economico che, in assenza dell’effetto trascinamento della maglia azzurra, rischia di trasformarsi in un vero e proprio salasso per le casse pubbliche. Eppure, in questo clima di disperazione contabile, si riaffaccia lo spettro del ripescaggio, un’ipotesi legata alla crisi geopolitica che avvolge l’Iran il cui destino, in bilico tra le minacce di boicottaggio e la riluttanza a scendere in campo negli Stati Uniti, potrebbe regalare un’occasione inaspettata agli eredi di Spalletti.

Il buco da 70 milioni e la clausola “salva-bilancio”

La disfatta sportiva pesa come un macigno sui conti dell’emittente statale. Dopo l’amara lezione del 2022, quando la Rai pagò un prezzo pieno (166 milioni) per un Mondiale senza Azzurri finendo in perdita, per l’edizione nordamericana gli uffici legali avevano avuto l’accortezza di inserire una clausola di salvaguardia nel contratto con la Fifa. Con l’eliminazione certificata, l’esborso per i diritti televisivi è sceso dai 120 milioni pattuiti inizialmente a circa 70 milioni.

Un risparmio, quest’ultimo, che non basta però a tamponare la voragine pubblicitaria. Senza l’Italia a trascinare l’audience, la raccolta pubblicitaria rischia di crollare verticalmente: se una partita degli Azzurri può attrarre fino a 20 milioni di spettatori, un match tra due nazionali straniere fatica a superare la soglia degli 8 milioni. Gli sponsor, di conseguenza, hanno già rinegoziato al ribasso gli spazi, rendendo quasi impossibile per la tv di Stato recuperare i 70 milioni investiti. I conti tornerebbero solo in un caso: se la Nazionale venisse ripescata in extremis.

L’Iran non molla: il braccio di ferro con la Fifa e la data limite

Al centro di questa speranza, per quanto labile, c’è la ferma determinazione di Teheran. Il ministro dello Sport iraniano, Ahmad Donyamali, ha ribadito con nettezza all’agenzia turca Anadolu la volontà di disputare le proprie partite esclusivamente in Messico, rifiutando le sedi statunitensi di Los Angeles e Seattle a causa delle tensioni diplomatiche in corso. Le sue dichiarazioni – “la probabilità che l’Iran partecipi alle partite negli Stati Uniti è molto bassa” – hanno spinto la Fifa a fissare una scadenza improrogabile.

L’organo di governo del calcio mondiale attende una risposta definitiva entro il 12 maggio. In ballo, infatti, ci sono sanzioni pecuniarie pesanti: una multa minima di 250mila franchi svizzeri in caso di ritiro anticipato, che raddoppierebbe se la rinuncia arrivasse a ridosso del calcio d’inizio. Se l’Iran dovesse ufficializzare il forfait, scatterebbe l’articolo 6.7 del regolamento Fifa, quello che potrebbe cambiare le sorti dell’estate televisiva italiana.

Il cavillo regolamentare e la posizione di Abodi

L’articolo in questione è volutamente vago: concede alla Fifa la facoltà di sostituire la federazione rinunciataria con un’altra “a propria esclusiva discrezione”. È qui che si infila il cuneo della speranza azzurra. Sebbene la logica suggerirebbe di ripescare un’altra squadra asiatica (gli Emirati Arabi Uniti sarebbero i primi in lista), il regolamento non vieta esplicitamente di attingere da un altro continente.

Su questo scenario, il ministro dello Sport Andrea Abodi ha voluto gettare acqua sul fuoco. Intervenuto alla Camera dei deputati, Abodi ha definito l’operazione “veramente difficile”, sottolineando che si tratterebbe di “una questione continentale”. “Non credo e non me lo auguro neanche”, ha tagliato corto il ministro, spegnendo di fatto gli entusiasmi immediati, anche se lo stesso Abodi ha ammesso la clausola della “esclusiva discrezione” che tecnicamente lascerebbe la porta aperta.

L’affare d’oro di un eventuale ripescaggio

Per la Rai, riportare l’Italia al Mondiale equivarrebbe a stampare denaro. Gli introiti pubblicitari per una partita degli Azzurri – storicamente tra i più alti d’Europa – coprirebbero in poche settimane l’intero esborso di 70 milioni, trasformando un passivo disastroso in un bilancio più che virtuoso. Ogni singola gara in notturna verrebbe riempita da sponsor disposti a pagare cifre faraoniche pur di comparire durante la trasmessione di un evento che, da flop annunciato, diventerebbe il prodotto televisivo dell’anno.

Il destino della Rai è quindi appeso a un filo che si dipana tra le stanze del potere Fifa e le cancellerie mediorientali. Se Teheran dirà no, scatterà la caccia alla sostituta, e l’Italia (nonostante lo scetticismo di Abodi) potrà mettere sul piatto il suo ranking Fifa e il suo inestimabile bacino di telespettatori come argomenti di peso. Fino al 12 maggio, il sogno di un Mondiale risollevato dall’oro pubblicitario resta, seppur flebile, ancora matematicamente in vita.

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