Accordo Ue-Cina sulle terre rare, ma l'Europa è sommersa dai rifiuti elettronici
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Redazione Economia
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L'intesa raggiunta tra Pechino e l'Unione europea, la quale sospende per dodici mesi le nuove e più severe limitazioni all'esportazione di terre rare annunciate in autunno, costituisce una tregua temporanea in un settore strategico, sebbene non risolutiva. Questo accordo, che di fatto allinea le condizioni per Bruxelles a quelle già negoziate con gli Stati Uniti, scongiura, quantomeno nell'immediato, l'applicazione di un embargo particolarmente gravoso. Permangono tuttavia in vigore, come misura di contenimento non trascurabile, le restrizioni che la Repubblica Popolare Cinese ha imposto lo scorso aprile su sette dei diciassette elementi chimici, fondamentali per l'industria tecnologica e della transizione energetica, che vengono comunemente definiti con tale termine.
Il divario preoccupante nei rifiuti elettronici
Parallelamente a queste tensioni geopolitiche sulle materie prime, un'altra criticità si delinea all'interno dei confini europei, legata proprio al ciclo di vita dei prodotti tecnologici. I dati diffatti da Eurostat per il 2023 dipingono un quadro allarmante: ogni cittadino dell'Unione ha immesso sul mercato, in media, 32,2 chilogrammi di apparecchiature elettriche ed elettroniche, un insieme che va dai grandi elettrodomestici ai dispositivi informatici e di comunicazione più personali. A fronte di questo consumo consistente, che riflette una dipendenza sempre più marcata dall'elettronica, la raccolta ufficiale dei relativi rifiuti ha registrato appena 11,6 chilogrammi per abitante.
Dove finiscono i dispositivi non raccolti?
La discrepanza, che ammonta a ben 20,6 chilogrammi pro capite, delinea un fenomeno complesso e per certi versi oscuro. Quel divario così ampio indica un accumulo progressivo di dispositivi che, una volta dismessi, non entrano nei canali ufficiali di smaltimento. Una parte di essi, com'è lecito aspettarsi, rimane in uso o viene accantonata in attesa di una destinazione; molti altri, però, è probabile che prendano strade alternative, finendo in circuiti non tracciati o in flussi di esportazione illegale verso paesi terzi, con conseguenti danni ambientali e la perdita di materiali preziosi che potrebbero essere reimmessi nel ciclo produttivo.
Una crescita che impone una riflessione
L'analisi dell'istituto statistico europeo evidenzia come l'immissione al consumo di questi prodotti abbia conosciuto un'impennata, arrivando a toccare un +78% negli ultimi anni, un dato che la raccolta differenziata non è riuscita a eguagliare. La situazione, peraltro, non è omogenea in tutti gli stati membri, con alcune nazioni che mostrano performance peggiori e un gap ancora più significativo tra ciò che viene commercializzato e ciò che viene infine intercettato come rifiuto. Questo squilibrio strutturale, unito alla dipendenza esterna per l'approvvigionamento di materie prime critiche, rappresenta una delle sfide più ardue per l'industria continentale.




