Iran, il regime si rafforza tra repressione e povertà
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Redazione Esteri
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Le piazze piene di Teheran, così come quelle delle città sante di Qom e Mashhad, offrono al mondo l’immagine di un Paese apparentemente compatto. Dietro le bandiere della Repubblica islamica e i cori rituali orchestrati per alimentare il racconto della “resistenza nazionale” contro Stati Uniti e Israele, si nasconde però una realtà ben più fragile e complessa.
Il regime degli ayatollah, lacerato da contraddizioni interne e da una crisi economica che affonda le radici in decenni di isolamento e cattiva gestione, risponde alla pressione esterna – un’operazione militare congiunta iniziata ormai da tre mesi – con un mix letale di propaganda martellante e repressione feroce, cercando di tenere insieme i pezzi di una società civile che, nonostante tutto, resta viva e combattiva.
È in questo quadro, come emerge dalle analisi delle esperte di geopolitica e diritti umani, che si inserisce la mobilitazione di figure come Saleh e sua moglie: impiegati pubblici e casalinghe che, partecipando ai raduni notturni di piazza Enghelab, diventano i soldati di quel fronte invisibile ma decisivo per la sopravvivenza del regime, quello del controllo totale della popolazione.
Il controllo sociale come arma di sopravvivenza
Quella del regime iraniano, infatti, è una lotta che si gioca su due fronti distinti ma strettamente collegati. Da un lato, c’è la guerra vera e propria contro i “nemici esterni”, un conflitto che ha ormai superato i cento giorni e che, come osserva la geopolitologa Simona Epasto, non è più soltanto una questione militare, bensì una competizione complessa per il controllo dei flussi energetici, delle infrastrutture strategiche e della ridefinizione degli equilibri nel Mediterraneo allargato.
Dall’altro lato, forse ancora più cruciale per la sopravvivenza della Guida Suprema, c’è la guerra interna contro il dissenso. Il sistema ha imparato a gestire l’instabilità alternando momenti di mobilitazione forzata – come quelle a cui partecipa Saleh – a fasi di durissima repressione.
Le stesse piazze che oggi ostentano sostegno alla “resistenza” sono le stesse che, in passato, hanno visto la violenza delle forze di sicurezza soffocare nel sangue le proteste per il velo obbligatorio o per il collasso economico, una strategia che trasforma la paura e la disperazione in un collante ideologico artificiale.
Crisi economica e resilienza istituzionale
A rendere il quadro ancora più esplosivo, anche se apparentemente statico, è la condizione disperata della popolazione. La povertà, la disoccupazione e l’inflazione dilagante erodono giorno dopo giorno le basi del consenso sociale; eppure, paradossalmente, questo stesso disagio viene strumentalizzato dal potere. Come si legge nelle ricostruzioni degli specialisti di relazioni internazionali, l’amministrazione Trump – che da oltre un anno siede nuovamente alla Casa Bianca – si trova a gestire un interlocutore che ha fatto della resilienza la propria bandiera.
Nonostante la decapitazione di parte della leadership militare documentata nei mesi scorsi, il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica ha dimostrato una capacità di assorbire i colpi e di riorganizzarsi in forme sempre più criptiche e pervasive, intrecciando il controllo del territorio con la gestione delle rotte marittime e delle milizie proxy in Libano e nello Yemen.
Il conflitto non accenna a risolversi in una "guerra lampo", ma si trascina in una fase di "stop and go" negoziale, dove diplomazia e attacchi missilistici procedono di pari passo, lasciando la popolazione civile schiacciata tra le esigenze strategiche di Washington e le mire egemoniche di Teheran.
Il paradosso della società civile
Eppure, in questo scenario cupo, la società civile iraniana rappresenta l’unica vera variabile in grado di far vacillare il sistema. Lontana dagli stereotipi e dalle strumentalizzazioni mediatiche – come quelle che tentano di dipingere il dissenso come un nostalgico ritorno al passato monarchico – la popolazione iraniana chiede diritti concreti, giustizia sociale e fine dell’isolamento.
Pegah Moshir Pour, attivista per i diritti umani nata in Iran, ricorda come quella iraniana sia una nazione complessa, sostenuta da una rete sotterranea di resistenza civile che sfugge al controllo delle telecamere di regime. È in questo divario incolmabile tra la narrazione ufficiale della "piazza compatta" e la frammentazione reale del tessuto sociale che si gioca la partita decisiva.
Il regime resiste, certo, ma lo fa a caro prezzo, consumando le sue risorse e la sua stessa legittimità in un abbraccio mortale con la repressione e l’emergenza economica, senza riuscire a proporre alcun progetto di futuro se non la mera sopravvivenza.




