Crisi umanitaria in Sudan: a el-Fasher si consuma una strage di civili

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Le violenze nel Darfur settentrionale, che hanno portato alla caduta di el-Fasher in mano alle Forze di Supporto Rapido (RSF), guidate dal generale Mohamed Hamdan Dagalo, continuano a mietere vittime innocenti e a generare uno sfollamento di massa, i cui numeri, per stessa ammissione degli organismi internazionali, rischiano di non riflettere appieno la portata della tragedia. Secondo i dati, peraltro parziali, raccolti dal Displacement Tracking Matrix dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, più di trentatremila persone sono fuggite dalla capitale del Darfur settentrionale, un esodo forzato che rappresenta soltanto la punta di un iceberg di sofferenze e distruzioni. Le organizzazioni umanitarie, tra le quali Emergency e Save the Children, lanciano continui allarmi, sottolineando come centinaia di migliaia di civili, di cui almeno la metà bambini, siano rimasti intrappolati nella morsa dei miliziani, esposti a ogni tipo di rischio e privati di aiuti essenziali.

L'assedio e l'ingresso delle milizie

Dopo un assedio prolungatosi per circa cinquecento giorni, l’ingresso delle RSF nella città di Al Fashir ha segnato un’accelerazione drammatica delle atrocità, molte delle quali documentate nonostante le difficoltà di accesso e comunicazione. L’episodio più eclatante, che ha provocato la condanna dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, riguarda l’assalto all’ospedale pediatrico saudita, dove si sarebbero consumate le uccisioni di oltre quattrocentosessanta civili e il rapimento di sei operatori sanitari, un atto che ha privato la popolazione di un presidio vitale. Le segnalazioni, che giungono da una zona ormai isolata dal mondo, dipingono un quadro di violenza sistematica e indiscriminata, nella quale le persone comuni, i cui nomi rimarranno per lo più sconosciuti, diventano vittime di una guerra che non risparmia nulla e nessuno.

Le reazioni internazionali e l'appello al Consiglio di Sicurezza

Di fronte a tali eventi, la risposta della comunità internazionale si è articolata attraverso dichiarazioni di condanna e richieste di indagine. Il rappresentante permanente del Sudan presso le Nazioni Unite, Al-Harith Idriss al-Harith Mohamed, ha esortato il Consiglio di Sicurezza ad avviare un’inchiesta su quanto sta accadendo ad Al Fasher, arrivando a utilizzare la parola “genocidio” per descrivere le operazioni in corso. Una richiesta che, sebbene gravissima, si scontra con la complessa geopolitica dell’organismo internazionale e con la difficoltà di tradurre le parole in azioni concrete e tempestive, mentre sul campo la situazione umanitaria precipita giorno dopo giorno.

L'annuncio di un'indagine interna e il contesto del conflitto

In un controcanto che appare come una mossa di natura politica, il leader delle RSF ha annunciato l’avvio di un’indagine interna su quelle che lui stesso ha definito “violazioni”, attribuibili ai suoi soldati durante la presa di El Fasher. L’annuncio del generale Dagalo, noto come Hemedti, è giunto a seguito delle crescenti e insistenti segnalazioni di uccisioni di massa ai danni della popolazione civile, un tentativo di risposta alla pressione internazionale che, tuttavia, non basta a placare gli appelli delle organizzazioni non governative, le quali ribadiscono con forza che “il popolo sudanese non può e non deve essere dimenticato”.

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