Lo Spin Time, il Viminale condannato per il mancato sgombero: arriva un conto da 21 milioni

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il Viminale dovrà pagare, e la cifra è tutt'altro che irrisoria: parliamo di oltre ventuno milioni di euro, una somma che il tribunale civile di Roma ha stabilito debba essere versata ai proprietari dell'edificio che ospita lo Spin Time, il palazzo di via Santa Croce in Gerusalemme occupato sin dal lontano 2013. La sentenza, emessa dalla seconda sezione civile lo scorso 18 dicembre e notificata in questi giorni al ministero dell'Interno, rappresenta un epilogo giudiziario di un caso che si trascina da oltre un decennio, e individua con precisione le responsabilità dell'amministrazione pubblica. Non si tratta, come qualcuno potrebbe pensare, di un risarcimento per l'occupazione abusiva in sé, quella posta in essere dai movimenti per la casa, ma di una condanna che colpisce l'inerzia dello Stato, la sua omissione nel dare esecuzione a un ordine preciso dell'autorità giudiziaria: quel sequestro preventivo del palazzo, disposto dal gip di Roma il 31 marzo del 2020, che di fatto non è mai stato portato a termine. I giudici, nella loro articolata motivazione, hanno chiarito questo passaggio cruciale, e cioè che se è vero che il danno arrecato dai privati occupanti non è imputabile al ministero, lo è invece quello derivante dalla mancata attuazione di un provvedimento vincolante, un'attività doverosa che la pubblica amministrazione era tenuta a compiere e che, invece, è rimasta lettera morta.

Il conto salato per le casse pubbliche e le spese future

La cifra stabilita dal giudice Assunta Canonaco, che ammonta a poco più di 21,1 milioni di euro, rappresenta il ristoro per i mancati guadagni che il fondo proprietario, InvestiRE Sgr nella sua qualità di gestore del Fondo Immobili Pubblici, avrebbe potuto ottenere se avesse avuto la disponibilità piena dell'immobile, magari locandolo sul mercato. A questa somma, che è già di per sé notevole, vanno poi aggiunte ulteriori voci che appesantiscono ulteriormente il conto finale. A partire dal primo gennaio del 2026, infatti, il Viminale dovrà corrispondere al fondo una indennità di occupazione mensile di quasi 207mila euro per tutto il tempo in cui l'edificio resterà occupato, e non è finita qui: altri 150mila euro annui sono stati quantificati come mancato guadagno per le sei annualità successive a quella del 2025, il tutto condito dalle spese processuali, liquidate in oltre centottomila euro. Una tegola finanziaria che ricadrà, inevitabilmente, sulla collettività, e che rende plasticamente l'idea di quanto possa costare l'incapacità di risolvere una situazione di illegalità protrattasi per anni. Il ministero dell'Interno, guidato da Matteo Piantedosi, lo stesso che da prefetto di Roma aveva inserito lo Spin Time al nono posto della lista delle priorità per gli sgomberi, si trova ora a fare i conti con una condanna che certifica come quell'ordine di sequestro, di fatto, non sia mai stato eseguito.

Un palazzo conteso tra politica, cultura e diritto di proprietà

La storia dello Spin Time, in tutti questi anni, non è stata solo una questione di aule di tribunale e di contenziosi civili, ma ha visto intrecciarsi vicende politiche e sociali di primo piano. Lo stabile, una ex sede dell'Inpdap che oggi ospita oltre quattrocento persone di ventisette nazionalità diverse, con decine di minori, è diventato un simbolo per una parte della sinistra, un luogo dove il diritto alla casa si mescola a sperimentazioni di welfare dal basso e a iniziative culturali. Proprio per scongiurare il rischio di uno sgombero, più volte annunciato ma mai realizzato, si è mobilitato un fronte composito di intellettuali e artisti, da Marco Bellocchio a Pierfrancesco Favino, da Valeria Golino a Nanni Moretti, fino a Sabina Guzzanti e Alessandro Gassman, tutti firmatari di petizioni e appelli, come quella del dicembre del 2025, per chiedere che il palazzo rimanesse così com'è. Non è un caso, d'altronde, che lo Spin Time sia tornato a essere al centro dell'attenzione politica proprio in questi giorni, con l'iniziativa dell'associazione "Compagno è il mondo" che ha richiamato tra le sue mura esponenti di spicco del centrosinistra come Pierluigi Bersani, Massimo D'Alema, Roberto Speranza e Arturo Scotto: un modo per ribadire, anche simbolicamente, il sostegno a una battaglia che loro considerano politica a tutti gli effetti.

Le reazioni e il nodo irrisolto di una occupazione lunga tredici anni

Dall'altra parte dello schieramento politico, le reazioni non si sono fatte attendere, e sono arrivate puntuali e durissime. I consiglieri capitolini di Fratelli d'Italia hanno parlato di un fatto politico gravissimo, sostenendo che la sentenza del tribunale civile altro non farebbe che certificare come anni di mancati sgomberi, tollerati e in qualche modo coperti dall'amministrazione comunale di centrosinistra e dall'alleanza con il Pd e Avs, si traducano ora in un conto salatissimo destinato a gravare sulle spalle dei contribuenti romani e italiani. Una posizione, quella del partito di maggioranza, che vede nell'accaduto la prova provata di un legame inconfessabile tra una certa sinistra e le occupazioni abusive. Resta il fatto, oggettivo e inoppugnabile, che il Comune di Roma, nella persona del sindaco Roberto Gualtieri, aveva inserito l'acquisto dello Spin Time nel proprio Piano Casa, nel tentativo di regolarizzare una situazione che altrimenti rischiava di rimanere in un limbo giuridico, ma le trattative con la proprietà sono sempre naufragate, anche per via della riluttanza del fondo a vendere, preferendo magari destinare l'immobile ad altri usi, come la realizzazione di un albergo. Una vicenda complessa, insomma, che mescola istanze sociali, diritti dei privati e omissioni della pubblica amministrazione, e che ora si arricchisce di una pesante condanna economica per lo Stato.

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