Naza, Israele apre inchiesta sulla fuga di notizie: “Il film diffama l’Idf”

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo
INTERNO Preferisci Informazione.News su Google

Redazione Interno Redazione Interno   -   Il capo di Stato maggiore delle Forze di difesa israeliane, il tenente generale Eyal Zamir, ha ordinato una revisione legale e un’inchiesta sulla divulgazione non autorizzata di materiale classificato utilizzato nella produzione del documentario Naza, vincitore del Premio speciale della giuria all’83esima Mostra del Cinema di Venezia.

Lo riferisce l’Idf in una nota, precisando che Zamir ha istituito un team interagenzia e multidisciplinare guidato dal capo della Direzione della Pianificazione per contrastare quelle che definisce “calunnie” e “false e gravi accuse” contro soldati e comandanti israeliani.

La genesi del documentario e il cuore dell’accusa

Il film, diretto dai registi e giornalisti israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor, si basa sulle testimonianze anonime di 24 ufficiali dell’esercito e dell’intelligence israeliana. Volti e voci sono stati alterati digitalmente per proteggere le fonti. Secondo i registi, l’obiettivo era raccontare dall’interno “un sistema di uccisioni di massa” e comprendere come tanti giovani israeliani abbiano potuto partecipare “come ingranaggi”, convinti di proteggersi dietro “ordini di altri”.

Il titolo del documentario riprende l’acronimo militare ebraico “Naza”, che significa “danno collaterale”. Prodotto da The Guardian e da James Wilson, con Jonathan Glazer come produttore esecutivo, il film è girato di notte sui tetti di Tel Aviv e ricostruisce regole e tecniche adottate dall’esercito nella Striscia di Gaza dopo il 7 ottobre 2023.

Le reazioni politiche e le accuse di tradimento

La reazione delle istituzioni israeliane è stata immediata e bipartisan. Il ministro della Cultura Miki Zohar ha presentato formale richiesta all’Autorità per la popolazione e l’immigrazione per verificare la possibilità di revocare la cittadinanza israeliana ai due registi, accusandoli di “violazione della lealtà nei confronti dello Stato” e di “collaborazione con il nemico”. Il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir ha invitato Abraham e Szor ad andarsene da Israele, sostenendo che sarebbero “accolti a braccia aperte” da Hamas.

Il primo ministro Benjamin Netanyahu, in un video pubblicato sui social, ha definito il documentario “sconvolgente” e “intollerabile” quando l’incitamento all’antisemitismo “proviene da dentro di noi”. Anche esponenti dell’opposizione come Gadi Eisenkot e Benny Gantz hanno criticato il film, parlando rispettivamente di “cecità morale” e di registi che “non hanno mai messo piede sul campo di battaglia”.

Le smentite dell’esercito e la questione dell’intelligenza artificiale

L’Idf ha respinto nel merito le accuse contenute nel documentario. Il portavoce militare, generale di brigata Effie Defrin, ha dichiarato che le affermazioni presentate nel materiale promozionale sono “false e presentate in modo distorto”, invitando i registi a consentire ai funzionari militari di visionare il film integrale per rispondere “in maniera sostanziale”.

In particolare, l’esercito nega che le decisioni relative alla selezione e all’approvazione degli attacchi siano affidate all’intelligenza artificiale, sostenendo che vengono prese “esclusivamente da personale umano, in conformità con le linee guida delle Idf”. Zamir ha parlato di “blood libels” e di un tentativo deliberato di “minare la legittimità dell’Idf e dello Stato di Israele”, ordinando al procuratore generale militare di valutare possibili iniziative legali contro il film e i soggetti coinvolti.

La posizione dei registi e della produzione

Abraham e Szor hanno respinto le accuse, sostenendo che il documentario si basa su un’inchiesta rigorosa realizzata in collaborazione con The Guardian e che molte delle informazioni contenute erano già emerse in precedenti inchieste giornalistiche. I due registi, già coautori del documentario premio Oscar No Other Land, hanno riferito di aver ricevuto minacce.

La società produttrice Guardian News and Media ha difeso il film, definendolo “frutto di oltre tre anni di giornalismo d’inchiesta” e assicurando che difenderà “con fermezza” l’opera e il team che l’ha realizzata “da qualsiasi attacco o tentativo di censura”.

Puoi riutilizzare questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.