Melanoma, la campagna “Vestiti di prevenzione” che riscrive le regole della protezione solare
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Redazione Salute
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C’è un gesto quotidiano, compiuto spesso in automatico davanti all’armadio, che potrebbe fare la differenza tra una pelle sana e una diagnosi di melanoma. Quello che indossiamo – o, per meglio dire, ciò che scegliamo di non indossare – diventa, secondo la Fondazione Melanoma, il vero banco di prova nella lotta contro il tumore della pelle più aggressivo. In occasione della Giornata nazionale del 2 maggio, l’ente annuncia la campagna “Vestiti di prevenzione”, spostando deliberatamente l’asse del dibattito pubblico dalle creme solari all’abbigliamento: quest’ultimo, e non il filtro chimico o fisico, assurge al ruolo di prima barriera realmente efficace. Una provocazione, forse, ma supportata da dati epidemiologici che iniziano a scricchiolare sotto il peso dei paradossi.
Il paradosso della crema: quando un’alleata si trasforma in un rischio
Gli oncologi lo ripetono da anni, ma il messaggio fatica a penetrare le abitudini estive degli italiani: usare male la protezione solare può paradossalmente aumentare il rischio di melanoma. Come? Il meccanismo è subdolo, eppure lineare. Chi si spalma di crema ad alta protezione tende a prolungare l’esposizione, illudendosi di essere al sicuro, e finisce così per accumulare più ore di raggi ultravioletti sulla pelle. Più si è scoperti, insomma, maggiore è il pericolo – a prescindere dal fattore di protezione dichiarato in etichetta. La Fondazione Melanoma, con la sua nuova iniziativa, mira proprio a scardinare questo falso mito, promuovendo l’abbigliamento come primo dispositivo di protezione individuale. Un capo a trama fitta, una maglietta con fattore UPF (Ultraviolet Protection Factor) certificato, tengono lontano il sole senza indurre quella pericolosa sensazione di invulnerabilità.
Numeri da non sottovalutare: il melanoma triplica tra i giovani
Le statistiche raccontano una realtà che non ammette mezze misure. Il melanoma è oggi il terzo tumore più diffuso in Italia prima dei cinquant’anni, in entrambi i sessi, e i nuovi casi – quasi 15mila all’anno secondo le ultime rilevazioni – sono più che raddoppiati nell’arco di venti anni. Una crescita costante, quasi inarrestabile, che stride con la massiccia comunicazione sulla prevenzione degli ultimi decenni. Evidentemente, qualcosa non ha funzionato. Paolo Ascierto, che dirige l’Unità di Oncologia melanoma all’Istituto Tumori Pascale di Napoli, introduce un ulteriore elemento di complessità: i cambiamenti climatici e la rivoluzione delle nostre abitudini viaggiano su uno stesso binario pericoloso. Le mete tropicali fuori stagione, le “vacanze mordi e fuggi” che concentrano in pochi giorni un’esposizione intensa, moltiplicano il rischio di scottature – e queste ultime restano il fattore scatenante principale per un tumore della pelle.
Abbigliamento tecnico e non solo: la prima linea di difesa indossabile
La campagna “Vestiti di prevenzione” non si limita a un generico richiamo a coprirsi. C’è una differenza sostanziale, infatti, tra una leggera camicia di lino e un tessuto tecnico studiato per riflettere i raggi. La Fondazione Melanoma promuove l’idea che l’abbigliamento debba essere riconosciuto a tutti gli effetti come un dispositivo medico, al pari di un paio di occhiali da sole con lente filtrante. E lo fa in vista del mese di maggio, tradizionalmente dedicato alla prevenzione dermatologica, con l’obiettivo di ribaltare l’approccio stagionale: non più crema al mare e nulla in città, ma una consapevolezza diffusa che inizia dalla scelta della maglietta indossata per una passeggiata di mezzogiorno. Perché il melanoma non colpisce solo sotto l’ombrellone, e le scottature accumulate in decenni di esposizioni occasionali – magari durante un trekking o un pranzo all’aperto – sommano silenziosamente il loro effetto.




