Bombe Usa vicino Hormuz e raid Israele su Beirut, la direttrice dei servizi americani smentisce Trump: l’Iran non ha ricostruito l’arsenale nucleare
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
Il tabellone luminoso della guerra in Medio Oriente si accende di nuove, violentissime voci. Nelle ultime ore, il conflitto che tiene in scacco la regione ha registrato una pericolosa estensione geografica e una parallela, significativa frattura nelle narrative ufficiali, in particolare per quanto riguarda le reali capacità belliche della Repubblica Islamica. Mentre a Riad i ministri degli Esteri dei paesi arabi e islamici cercavano faticosamente una mediazione, il cielo da Baghdad al Golfo Persico è stato solcato da droni e missili, con un’escalation che ha visto coinvolti direttamente gli Stati Uniti in un nuovo, massiccio bombardamento.
Secondo quanto riferito da fonti della sicurezza all’AFP e confermato da testimonianze oculari, un drone ha centrato in pieno il complesso dell’ambasciata statunitense a Baghdad nella notte. I funzionari iracheni, pur non potendo quantificare con esattezza l’entità dei danni, hanno parlato di un impatto diretto, sebbene un secondo rapporto parli di un ordigno caduto nelle immediate vicinanze del perimetro di sicurezza. Quasi in contemporanea, l’attenzione si è spostata sullo Stretto di Hormuz, quel collo di bottiglia marittimo vitale per i flussi energetici globali, dove l’aviazione americana ha condotto un raid di precisione contro postazioni missilistiche iraniane. Si tratta di una mossa che, nelle intenzioni del Pentagono, mira a neutralizzare la minaccia rappresentata dai missili anti-nave di Teheran, missili capaci di mettere in ginocchio l’economia mondiale in pochi minuti.
Parallelamente all’azione americana, Israele ha rialzato la pressione sul fronte libanese. Un nuovo e violento attacco aereo ha squarciato la notte di Beirut, colpendo obiettivi nella zona centrale della capitale. Il bilancio, drammaticamente provvisorio, fornito dalle autorità sanitarie libanesi parla di almeno sei vittime e una ventina di feriti, in un’escalation che sembra non conoscere tregua e che segue di poche ore la devastante notizia di un nuovo attacco contro Tel Aviv. Qui, un missile o un drone proveniente dall’Iran ha causato il caos nella periferia sud, con due morti accertati e la stazione ferroviaria di Savidor, uno snodo cruciale, ridotta a un cumulo di macerie. Le sirene sono risuonate anche a Dubai e Baghdad, alimentando un clima di psicosi collettiva.
Il nodo delle armi nucleari e lo scontro tra intelligence e Casa Bianca
In questo scenario di fuoco, emerge con prepotenza una crepa profonda all’interno dello stesso apparato di sicurezza americano. La direttrice dell’Intelligence Nazionale, Tulsi Gabbard, ha presentato al Senato un rapporto scritto che contraddice apertamente le motivazioni belliche fornite dal presidente Donald Trump per giustificare l’operazione congiunta con Israele. Nella sua testimonianza, depositata agli atti, Gabbard ha affermato senza mezzi termini che, a seguito dell’“Operazione Midnight Hammer” del giugno 2025, il programma di arricchimento dell’uranio iraniano è stato completamente “obliterato” e che, da quel momento, Teheran non ha messo in atto “alcun tentativo” per ricostruire la propria capacità di produrre uranio arricchito.
Un’analisi, questa, che stride con le dichiarazioni pubbliche del presidente, il quale ha più volte ventilato la necessità di colpire preventivamente l’Iran per scongiurare un imminente pericolo atomico. La stessa Gabbard, durante la sua audizione orale dinanzi ai senatori, ha sorvolato su questo punto, salvo poi vedersi costretta a confermare le proprie conclusioni scritte quando incalzata dai rappresentanti del partito democratico. Una fonte vicina alla direttrice, nel frattempo, si è dimessa, accusando l’amministrazione di essere stata “fuorviata” da intelligence e narrazioni mediatiche ostili a Teheran.
La risposta di Teheran e le operazioni sul campo
Sul terreno, intanto, la macchina da guerra iraniana non mostra segni di cedimento. Le agenzie internazionali riportano la rivendicazione, da parte di Israele, dell’uccisione di due figure di altissimo profilo del regime: Ali Larijani, a capo del Consiglio supremo della sicurezza, e il comandante Soleimani (presumibilmente un omonimo o successore del celebre generale Qassem, già ucciso nel 2020). Una decapitazione del vertice strategico e militare che, lungi dal piegare la Resistenza, sembra aver inasprito la risposta. Lo conferma l’attacco con drone che, come riferito dal ministero della Difesa saudita, è stato intercettato mentre puntava dritto verso il quartiere diplomatico di Riad, cuore pulsante delle ambasciate e sede di decisivi summit internazionali. L’Arabia Saudita, pur non indicando ufficialmente il responsabile, si trova suo malgrado nel mirino di una guerra per procura che ormai ha tracimato i confini tradizionali.
Mentre i capi della diplomazia araba e islamica si riuniscono d’urgenza a Riad, cercando un’intesa che fermi la deriva, il bilancio delle vittime continua a salire e le macerie, a Tel Aviv come a Beirut, diventano l’emblema di uno scontro che appare sempre più totale e senza ritorno.




