Armi sì, welfare no? Perché non piacciono queste deroghe alla stabilità

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Da quando la Commissione europea ha avanzato la proposta di un programma di riarmo continentale, il dibattito si è acceso, sollevando domande che vanno ben oltre la mera questione finanziaria. L’idea di destinare 800 miliardi di euro alla creazione di un esercito europeo, infatti, non solo ha fatto discutere per l’entità della cifra, ma ha anche riacceso il confronto sulle priorità dell’Unione. Se da un lato è innegabile che l’Europa debba ripensare la propria sicurezza in un contesto globale sempre più instabile, dall’altro è legittimo chiedersi se questa sia davvero la strada giusta, soprattutto quando il welfare e i diritti sociali sembrano passare in secondo piano.

La questione, come spesso accade, è più complessa di quanto appaia. Da un punto di vista strategico, l’ombrello atlantico ha garantito al Vecchio Continente decenni di relativa stabilità, ma oggi, di fronte a scenari geopolitici in rapida evoluzione, molti ritengono che l’Europa debba assumersi maggiori responsabilità. Tuttavia, ciò che lascia perplessi non è tanto l’idea di un riarmo in sé, quanto il modo in cui è stata proposta. Senza un dibattito pubblico approfondito e senza un chiaro quadro costituzionale di riferimento, il rischio è che si finisca per agire in modo affrettato e poco trasparente.

Marco Vigna, in una lettera al direttore, ha sollevato un punto cruciale: perché investire così tanto in un esercito europeo senza prima dotare l’Unione di una Costituzione condivisa? È una domanda che meriterebbe una risposta chiara. Sebbene sia vero che la pace si costruisce anche attraverso la forza, è altrettanto vero che un progetto di tale portata richiede un consenso solido e una base giuridica ben definita. Senza questi elementi, qualsiasi iniziativa rischia di apparire come un’imposizione dall’alto, alimentando diffidenza e malcontento tra i cittadini.

Un altro aspetto che non può essere ignorato è il metodo con cui questa proposta è stata presentata. La presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ha annunciato il piano di riarmo senza consultare preventivamente il Parlamento europeo, un’omissione che ha suscitato non poche critiche. In un’Unione che si fonda sui principi della democrazia e della trasparenza, decisioni di tale rilevanza non possono essere prese senza un confronto ampio e inclusivo.

C’è poi il tema delle risorse. Gli 800 miliardi di euro necessari per il riarmo non cadono dal cielo: provengono dalle tasche dei cittadini europei, molti dei quali già faticano a far fronte alle crescenti disuguaglianze sociali ed economiche. In un momento in cui il welfare è sotto pressione e i servizi pubblici mostrano crepe sempre più evidenti, destinare una cifra così ingente alla difesa rischia di apparire come una scelta miope, se non addirittura controproducente.

Non si tratta, ovviamente, di contrapporre sicurezza e diritti sociali, ma di trovare un equilibrio che sia sostenibile e condiviso. L’Europa, come ha sottolineato Mario Draghi, è a un bivio: può scegliere di agire con lungimiranza, oppure rischiare di perdere credibilità e coesione. La strada del riarmo, seppure necessaria, non può essere percorsa a scapito di tutto il resto. Serve una visione chiara, un progetto politico che vada oltre l’emergenza e che sappia guardare al futuro senza rinnegare i valori su cui l’Unione è stata costruita.

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