Varta, il colosso tedesco delle batterie, chiede l'insolvenza dopo l'addio di Apple

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Non c'è pace per l'industria europea delle batterie, e la conferma arriva direttamente dalla Germania, dove il colosso Varta, storica azienda fondata nel lontano 1887, ha ufficialmente gettato la spugna presentando istanza di insolvenza al tribunale di Stoccarda. Una mossa che arriva a pochi mesi dalla conclusione di un profondo piano di ristrutturazione dichiarato completato con successo, ma che ora getta un'ombra lunga sul futuro di oltre 3.200 dipendenti e riaccende i dubbi sulla reale competitività del Vecchio Continente nel settore delle batterie.

La decisione, come spesso accade in questi casi, è la risultante di una combinazione letale di fattori: mercati in contrazione, domanda debole, tassi di cambio sfavorevoli e, ciliegina sulla torta, l'abbandono del suo cliente più prestigioso, quel colosso di Cupertino che risponde al nome di Apple.

Le quattro società del gruppo Varta coinvolte nell'insolvenza

La procedura di insolvenza, depositata il 24 luglio sotto il regime di autoamministrazione, non riguarda l'intero impero di Varta ma colpisce direttamente il cuore pulsante del gruppo, cioè le divisioni operative più esposte alle fluttuazioni del mercato industriale. Oltre alla capogruppo Varta AG con sede a Ellwangen, le richieste di fallimento hanno coinvolto le controllate Varta Microbattery GmbH, Varta Micro Production GmbH e Varta Storage GmbH, che costituiscono l'ossatura produttiva dell'azienda nei settori delle microbatterie e dei sistemi di accumulo.

A essere esclusa, e questo è un dettaglio cruciale per il consumatore finale, è invece la divisione Consumer Batteries, quella che produce le pile per uso domestico che si trovano sugli scaffali dei supermercati, la quale, essendo giuridicamente e finanziariamente separata, continuerà a operare normalmente al di fuori del perimetro della crisi.

Il peso delle forniture per gli AirPods e il divorzio da Apple

Se Varta è un nome familiare per le pile, la sua vera linfa vitale negli ultimi anni scorreva nei canali di un business estremamente più specializzato e redditizio: le microbatterie ricaricabili. Tra queste, le famose CoinPower, delle minuscole pile a bottone agli ioni di litio che alimentano gli auricolari wireless AirPods Pro di Apple.

La produzione di questi componenti, complessi e realizzati su specifiche tecniche sviluppate insieme a Cupertino, richiedeva linee produttive altamente specializzate, per le quali Varta aveva investito decine di milioni di euro nello stabilimento di Nördlingen, in Baviera. Lo scorso maggio, la doccia fredda: la decisione di Apple di non rinnovare il contratto e di trasferire la produzione a fornitori cinesi, in grado di offrire costi inferiori e volumi produttivi analoghi, è stato un colpo durissimo per l'economia del gruppo tedesco.

Le batterie per AirPods continueranno a essere prodotte da Varta fino a novembre, ma il futuro dello stabilimento bavarese, che dà lavoro a circa 350 persone, è segnato; la sua chiusura è prevista per l'autunno, e i posti di lavoro sono a forte rischio.

Le ragioni della crisi: debiti, investimenti e il no degli azionisti

La perdita del contratto con Apple è stato l'evento scatenante, ma il malessere di Varta affonda le radici in una situazione finanziaria già precaria. Nel 2024 l'azienda aveva già affrontato un'importante ristrutturazione per evitare il fallimento, che aveva portato all'azzeramento delle vecchie quote azionarie e alla cancellazione parziale dei debiti, con l'obiettivo di rilanciare il gruppo. Nei bilanci del 2024, i numeri parlavano chiaro: un fatturato di circa 793 milioni di euro e una perdita di 64,5 milioni di euro.

La ristrutturazione, dichiarata conclusa nell'aprile 2025, non è bastata a risanare i conti, e un'analisi indipendente ha rivelato la necessità di decine di milioni di euro di finanziamenti aggiuntivi a breve termine per coprire un deficit strutturale previsto a partire dal 2027.

Nonostante intense trattative con gli investitori, nessuno si è dimostrato disponibile a iniettare nuovo capitale; né l'investitore austriaco Michael Tojner, storico azionista di riferimento, né la casa automobilistica Porsche AG, che era entrata nel capitale nel 2025 con un investimento di circa 60 milioni di euro, hanno voluto rimettere mano al portafoglio. I principali creditori, tra cui Deutsche Bank e i fondi d'investimento RBC BlueBay, Blantyre e Whitebox, hanno di conseguenza spinto per il recupero forzoso dei crediti, portando l'azienda al tracollo.

Il commissario giudiziale e il possibile futuro del gruppo

Con la presentazione dell'istanza, il tribunale di Stoccarda ha nominato l'avvocato Tobias Wahl come commissario provvisorio, con il compito di vigilare sulla procedura di autoamministrazione. Michael Ostermann, amministratore delegato di Varta, ha dichiarato di essere pienamente consapevole della responsabilità verso dipendenti e stakeholder, e di lavorare con tutte le forze per preservare il maggior numero possibile di posti di lavoro e garantire la sostenibilità futura dell'azienda.

Il futuro, tuttavia, appare segnato da un possibile smembramento: i creditori puntano a rilevare il redditizio business delle batterie domestiche, mentre Tojner avrebbe manifestato interesse per la divisione delle microbatterie, un settore in cui Varta detiene ancora un know-how tecnologico di primissimo piano. L'obiettivo dichiarato della procedura, secondo la società, non è liquidare l'azienda ma ristrutturarla per garantirne la sopravvivenza a lungo termine.

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