Il diavolo veste Prada 2, tra styling experience e location milanesi

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Dyson, che da tempo ha fatto dell’alleanza tra tecnologia e estetica il proprio cavallo di battaglia, celebra l’arrivo al cinema de “Il diavolo veste Prada 2” con un’iniziativa che trasforma il semplice gesto dello styling in un’esperienza ultra glam. Fino al 4 maggio, negli spazi dedicati, gli hair stylist del marchio resteranno a disposizione della clientela per offrire la possibilità di testare i nuovi tool della gamma Dyson Beauty Red Velvet & Gold, una colorazione limited edition la cui palette cromatica – tra rosso velluto e dettagli dorati – incarna quella che potremmo definire l’eleganza sofisticata del film. La collezione, va detto, non introduce prodotti inediti ma ripresenta le tecnologie più amate del settore, come i multi-styler Dyson Airwrap Co‑anda 2x™ e Dyson Airwrap i, riletti però in una veste cromatica pensata per evocare il lusso senza tempo della rivista Runway, la stessa dove Miranda Priestly semina il terrore e il fascino.

Vent’anni dopo, l’attesa si spezza

L’attesa, durata vent’anni, è finita: esce nei cinema italiani “Il diavolo veste Prada 2”. La trama, per chi avesse bisogno di un aggiornamento, riporta in scena l’iconica Miranda – la direttrice della testata Runway – in grave crisi professionale, mentre la giornalista d’assalto Andy, ormai maturata altrove, arriva inaspettatamente a tirarla fuori dai guai. Sotto la superficie patinata, il film affronta un decennio di incertezze che hanno sconvolto l’editoria e il cinema, temi di scottante attualità che qui vengono alleggeriti dall’ironia e da quella patina di glamour irresistibile che già aveva decretato il successo del primo capitolo. Nessuna nostalgia fine a se stessa, dunque, ma una storia che prova a intercettare le ansie di un settore – quello dei media e della moda – letteralmente riscritto dalla rivoluzione digitale.

Milano e dintorni, la mappa delle perle firmata Vogue

“Il diavolo veste Prada 2” e le location a Milano (e dintorni): ecco la mappa che Vogue ha voluto firmare per segnalare le perle italiane del film. Si parte dal Salumaio di Montenapoleone, tempio del food elegante nel cuore del quadrilatero, per poi snodarsi verso Ville e palazzi nobiliari. Tra questi spicca Villa Arconati, dimora storica alle porte della città, utilizzata come set per alcune delle sequenze più tese tra i personaggi. L’itinerario, però, non si ferma al solo capoluogo lombardo: il Lago di Como, da sempre calamita per il cinema internazionale, fa da sfondo a momenti chiave della narrazione, mentre in città troviamo luoghi come Palazzo Parigi – hotel che è già di per sé una dichiarazione di stile – e l’Accademia di Brera, simbolo di arte e memoria.

Quando la città chiede un periodo di prova

Sono fermamente convinta che chiunque, prima o poi, si trovi a fare i conti con la città in cui vive: una sorta di compromesso sottinteso tra chi ospita e chi è ospitato. Come se ci fosse bisogno di un periodo di prova (e assestamento) per trovare il proprio equilibrio in un luogo che, a ben guardare, sembra essere tutt’altro che equilibrato. Il film, nelle sue scelte di location, restituisce proprio questa tensione: Milano accoglie, seduce, ma non si lascia possedere facilmente. Ecco perché il ritorno del diavolo – che veste ancora Prada, come recita il titolo – non è solo una trovata commerciale o un’operazione nostalgica. Segna piuttosto la riconferma di un’estetica narrativa capace di mescolare cronaca, ironia e uno sguardo quasi documentaristico sui luoghi del potere fashion.

Il fenomeno globale nato nel 2006

Era il 2006 quando un film sul giornalismo di moda, tratto dal romanzo di Lauren Weisberger, diventava un fenomeno globale, facendo sognare milioni di ragazze in tutto il mondo con gli sfavillii delle passerelle e le possibilità – apparentemente infinite – del giornalismo, sullo sfondo di una New York brulicante di ambizioni. Oggi, con la rielezione di Trump ormai stabilizzata nel panorama politico statunitense da più di un anno, quel brulicare sembra essersi semplicemente trasferito altrove, tra i Navigli e i salotti blindati di Milano. La seconda parte della storia, lo si capisce già dalla prima mezz’ora, non cerca di replicare il miracolo del 2006: prova invece a raccontare cosa resta di quei sogni quando l’editoria implode, i ruoli si invertono e l’unica vera ancora di salvezza – in fondo – è il rapporto complicato tra due donne che si sono sempre detestate.

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