Due miliardi per le ferite del ciclone Harry e per Niscemi, arriva il ddl

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Un disegno di legge da due miliardi di euro, depositato all’Assemblea regionale siciliana dai deputati di Sud chiama Nord Cateno De Luca, Giuseppe Lombardo e Matteo Sciotto, prova a dare una prima risposta istituzionale ai danni causati dagli eventi estremi di fine gennaio. Il provvedimento, presentato come urgente, mira a stanziare risorse necessarie per far fronte all’emergenza provocata dal ciclone Harry, che tra il 19 e il 21 del mese ha flagellato con violenza inaudita il versante ionico dell’isola, e alla frana che solo pochi giorni dopo, il 25 gennaio, ha colpito il centro abitato di Niscemi, aggiungendo ulteriori criticità a un territorio già stremato. La proposta legislativa, che attende ora l’esame in commissione e in aula, costituisce il primo tentativo concreto di tradurre in aiuti finanziari la solidarietà annunciata, sebbene la sua approvazione e, soprattutto, la successiva fase attuativa dovranno dimostrare efficacia e celerità.

L’allarme disperato del turismo catanese

Mentre la politica inizia il suo iter, però, le imprese lanciano un grido d’allarme che non ammette ritardi. Cristina Busi, presidente di Confindustria Catania, ha inviato una lettera alle massime cariche regionali e comunali descrivendo una situazione di “straordinaria gravità” per il comparto turistico, definito “travolto da una crisi senza precedenti”. Le imprese balneari, molte delle quali hanno visto spiagge e attrezzature cancellate dalla furia del mare, e le strutture alberghiere, anch’esse pesantemente danneggiate, si trovano in uno stato tale da essere “in molti casi impossibilitate a programmare la ripartenza”. L’appello, netto, chiede interventi immediati, poiché il rischio concreto è il collasso di un settore vitale per l’economia non solo cittadina, ma di tutta la Sicilia orientale, con ripercussioni che potrebbero prolungarsi ben oltre la stagione in corso.

Un confronto con le scelte francesi dopo Xintia

La drammaticità degli eventi riporta alla mente, inevitabilmente, scelte diverse adottate in passato di fronte a simili calamità. Dopo il passaggio del ciclone Xintia, che nel 2010 devastò la costa atlantica della Francia, le autorità transalpine optarono per una strategia chiara, sebbene dolorosa: l’“arretramento”. Lo Stato, infatti, procedette all’esproprio e alla demolizione di circa milleseicento abitazioni costruite in aree giudicate a rischio elevato, indennizzando i proprietari e favorendone il trasferimento in zone più sicure, in una logica di prevenzione che mirava a spezzare il circolo vizioso della ricostruzione sempre nelle stesse aree pericolose. Una politica lungimirante, quella francese, che riconosceva la necessità di adattarsi alla nuova normalità dettata dai cambiamenti climatici, anche a costo di ridefinire il rapporto tra antropizzazione e territorio.

La strada della ricostruzione e le sue incognite

In Sicilia, al contrario, la parola d’ordine emersa fin dalle prime ore dopo il disastro è stata, esplicitamente, “ricostruzione”. Un termine che evoca legittime esigenze di ripresa e risarcimento, ma che cela anche profonde incognite. Ricostruire dove e come, infatti, diventa la questione fondamentale. Se da un lato il ddl dei deputati di ScN cerca di fornire strumenti finanziari per la prima emergenza, dall’altro manca – almeno per il momento – un dibattito pubblico altrettanto chiaro sulla pianificazione futura del territorio costiero, sulla sua vulnerabilità e sulla sostenibilità di un semplice ritorno allo status quo ante. La sfida, che unisce l’urgenza degli aiuti immediati alla complessità della visione a lungo termine, si gioca tutta nel bilanciare queste due necessità, mentre il tempo stringe per migliaia di attività economiche e famiglie.

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