Palermo, la gru e quella caduta di 25 metri: due operai morti per una mancia
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Redazione Interno
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Il giorno dopo, il cestello di metallo pende ancora come un monito sospeso a mezz’aria, e sotto, sulla pensilina sfondata del gommista Gammicchia, restano i segni netti di un impatto che nessuno ha saputo evitare. In via Marturano, quartiere popolare di Palermo, due famiglie guardano da dietro le transenne quello che resta di una mattina di lavoro: Daniluc Tiberi, cinquant’anni, e Najahi Jaleleddine, quarantuno, sono precipitati nel vuoto da un’altezza che toglie il fiato, venticinque metri, mentre si occupavano della ristrutturazione di un balcone. Loro, dentro quella gabbia di tubi d’acciaio, facevano un mestiere che migliaia di persone fanno ogni giorno, senza immaginare che la routine potesse trasformarsi in una trappola. E invece la gru – secondo i primi rilievi posizionata in modo sbagliato – ha spinto il cestello contro la pensilina, e da lì lo schianto, il grido soffocato, il silenzio che è sceso subito dopo.
“Lavorava da tempo con quella ditta, non era in nero”
La moglie di Daniluc Tiberi, romeno di origine ma palermitano d’adozione, racconta la sua versione con la voce spezzata ma con la lucidità di chi cerca di difendere un uomo che non c’è più. “Mio marito lavorava con questa ditta da tempo, non ha mai avuto problemi – sostiene lei, stretta ai figli – e non era in nero. Lavorava a quel palazzo da una settimana”. Una precisazione che non è secondaria, in una città dove il lavoro sommerso resta una piaga silenziosa, e dove ogni caduta rischia di diventare subito un sospetto. La donna cerca di restituire dignità a una morte che altrimenti verrebbe archiviata troppo in fretta: suo marito non era un fantasma, aveva un contratto, turni, responsabilità. Eppure quel cestello, quei venticinque metri, quella gru fuori asse lo hanno inghiottito insieme a un collega che lascia, dall’altra parte della città, una casa piena di bimbe.
Le due bambine e la raccolta fondi tra i banchi di scuola
Najahi Jaleleddine, tunisino, quarantun anni, aveva due figlie: una di sette anni e una di tre. La notizia della sua morte si è diffusa in poche ore nella chat delle famiglie della scuola frequentata dalla minore, e i genitori dei compagni di classe hanno già cominciato a organizzare una raccolta di fondi. Non c’è stato un attimo di esitazione, perché quando muore un operaio che guadagnava forse cinquanta euro al giorno – o poco più, come qualcuno ha sussurrato – il dolore non chiede la carta d’identità. La moglie di Najahi, che ora si ritrova sola con quelle due bambine, non ha ancora trovato le parole per spiegare che papà non tornerà a casa. E intanto la gru, ancora lì, continua a essere il simbolo di un meccanismo che si è inceppato in un modo assurdo, banale e definitivo.
“Qui si fa il lavoro e si muore”, senza essere eroi né comparse
Francesco De Gregori, anni fa, cantava “Qui si fa l’Italia e si muore”, e quella frase oggi suona come uno specchio rovesciato. Perché qui, a Palermo, si fa il lavoro e si muore: non per una grande impresa, non per una bandiera, ma per un balcone da ristrutturare, per una pensilina da non urtare, per un salario che non basterà mai a coprire il rischio. Daniluc e Najahi non erano né il cuoco di Salò né un eroe da copertina: erano due uomini dal lato sbagliato degli eventi, quello dove il sacrificio non viene raccontato, quello dove il sudore non diventa gloria. E la città, Palermo, quella che sa dimenticare in fretta, adesso ha davanti due bare e una gru ferma. Fino a quando qualcuno non spiegherà perché il cestello era lì, e perché nessuno si è accorto che stava per diventare una bara d’acciaio.




