Frankenstein di del Toro, un mostro di bellezza che incanta la Mostra
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Guillermo del Toro, la cui filmografia può essere letta come un'unica, grandiosa opera sul confine che separa l'umano dal mostruoso, ha finalmente realizzato il progetto che lo ossessionava da quasi due decadi: la sua personale versione di "Frankenstein". Il film, presentato in concorso alla 82esima Mostra del cinema di Venezia, si candida a diventare, per la sua potenza visiva e la profondità della rilettura, un punto di riferimento imprescindibile nel solco di quel filone gotico e fantastico di cui il regista messicano è divenuto il massimo interprete contemporaneo.
La genesi dell'opera, che molti già definiscono "il sogno di una vita" per del Toro, affonda le radici nel periodo immediatamente successivo al trionfo de "Il labirinto del fauno", quando l'immaginario del cineasta cominciò a nutrire l'idea di confrontarsi con uno dei miti fondativi della letteratura horror. La pellicola, prodotta da Netflix, prende le mosse dall'immagine potentissima di una nave danese, irrevocabilmente incagliata tra i ghiacci polari, il cui equipaggio si imbatte prima in un Viktor Frankenstein reduce dai suoi esperimenti e, successivamente, nella sua creatura, dando avvio a una narrazione che esplora, con la consueta maestria figurativa del regista, i più profondi interrogativi esistenziali sull'identità e sulla solitudine.
Dopo la parentesi, peraltro premiata con l'Oscar, del "Pinocchio" in stop-motion, del Toro fa così ritorno a un cinema live-action, sebbene sia sempre difficile applicare etichette convenzionali al lavoro di un autore così visceralmente visionario. La sua "creatura", che alcuni in sala hanno già definito "il Frankenstein più bello mai visto", sembra infatti coniugare la sensibilità romantica della Shelley con una estetica che, in alcuni suoi tratti, ricorda la monumentale epica dei western di Sergio Leone, restituendo una figura mostruosa al contempo tremenda e tremendamente umana.




