La guerra si allarga al cloud: l’Iran mette nel mirino uffici e data center di Google, Microsoft e Nvidia
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Redazione Esteri
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La natura stessa del conflitto in corso tra Iran, Stati Uniti e Israele sta subendo una mutazione profonda, spostando il suo baricentro dai tradizionali teatri di scontro fisico ai nervi scoperti dell’economia digitale globale. Non si tratta più soltanto di scambi di artiglieria o di incursioni oltre confine, perché l’ultima mossa della Repubblica islamica ridefinisce il concetto di obiettivo militare, includendovi esplicitamente quelle infrastrutture tecnologiche – un tempo considerate neutrali o commerciali – che oggi costituiscono l’ossatura portante della società dell’informazione. L’agenzia di stampa Tasnim, organo vicino al delle Guardie della Rivoluzione Islamica, ha diffuso un elenco dettagliato che trasforma di fatto i colossi del tech americano in bersagli legittimi, con i loro uffici regionali e i loro data center nel mirino dei pasdaran.
L’elenco, pubblicato in un momento in cui le operazioni militari sono ormai al dodicesimo giorno, comprende nomi di primo piano della Silicon Valley come Google, Microsoft, ma anche IBM, Oracle, Palantir e Nvidia, quest’ultima leader indiscussa nel settore dell’intelligenza artificiale. La motivazione addotta da Teheran è duplice: da un lato si sottolinea il legame diretto che queste aziende intratterrebbero con lo Stato ebraico, fornendo tecnologie e servizi utilizzati dall’apparato militare israeliano; dall’altro, si intende colpire il simbolo stesso della potenza economica e tecnologica americana nella regione. Il messaggio è chiaro e privo di ambiguità: con l’estensione della guerra a quella che viene definita una “guerra alle infrastrutture”, si amplia di conseguenza il novero dei bersagli ritenuti legittimi, e le piattaforme cloud che ospitano i dati di governi, banche e multinazionali diventano a tutti gli effetti un fronte caldo.
Che questa minaccia non rappresenti una mera provocazione retorica, del resto, lo hanno dimostrato gli accadimenti dei giorni scorsi nel Golfo. Un raid condotto con droni Shahed 136 – gli stessi utilizzati in altri teatri di guerra – ha preso di mira due data center di Amazon Web Services negli Emirati Arabi Uniti e un’altra struttura in Bahrein, causando incendi, danni strutturali e un prolungato blackout. Le fiamme, spente con difficoltà anche a causa dell’acqua utilizzata dai sistemi di spegnimento, hanno aggravato il danno ai macchinari elettronici, e l’interruzione di corrente ha innescato un effetto domino i cui effetti si sono riversati su milioni di utenti. Per circa undici milioni di residenti nelle aree urbane di Dubai e Abu Dhabi, molti dei quali stranieri, l’attacco si è tradotto in un repentino ritorno all’analogico: impossibile pagare una corsa in taxi, ordinare cibo a domicilio o semplicemente verificare il saldo del proprio conto corrente attraverso le app bancarie, tutte bloccate a causa della dipendenza dai server di Amazon finiti nel mirino.
La vulnerabilità inaspettata delle infrastrutture digitali e la risposta degli operatori
L’episodio ha messo in luce una fragilità finora rimasta ai margini delle pianificazioni strategiche, e cioè la concreta difficoltà di difendere fisicamente strutture come i data center da un attacco cinetico. Si tratta di edifici, va ricordato, che per loro natura necessitano di sistemi di raffreddamento esposti e di un collegamento diretto con la rete elettrica, elementi che li rendono difficilmente mimetizzabili o proteggibili con la stessa efficacia di un bunker militare. La conferma indiretta del livello di allarme raggiunto arriva dalla stessa Amazon, che ha invitato i propri clienti con carichi di lavoro ospitati nella regione a mettere in atto i piani di disaster recovery, trasferendo i dati e le applicazioni verso regioni geografiche alternative e più sicure. Una raccomandazione che suona come un’ammissione d’impotenza di fronte all’imprevedibilità di un contesto operativo in cui la guerra ibrida, capace di combinare attacchi informatici e azioni cinetiche tradizionali, diventa la nuova normalità.
L’offensiva iraniana, in questo senso, non si limita alla sfera fisica ma si estende a quella digitale in senso stretto, con una serie di operazioni coordinate che hanno visto all’opera sia gruppi di hacker legati a Teheran sia attori autonomi allineati con le sue direttive. Dal giorno dell’inizio dell’operazione militare congiunta di Usa e Israele, la cosiddetta “Operazione Epic Fury”, le cyber-operazioni hanno subito un’impennata verticale: siti governativi iraniani oscurati, reti di comunicazione interrotte fino a ridurre la connettività del Paese a percentuali irrisorie e, sul fronte opposto, raid informatici contro infrastrutture critiche di Israele e dei Paesi del Golfo. La novità più rilevante, tuttavia, rimane l’aver portato la guerra dentro i dispositivi e le vite quotidiane di milioni di civili, non più semplici spettatori ma vittime indirette di un conflitto che sceglie come suoi campi di battaglia i data center alla base dei servizi essenziali.
L’elenco diramato da Tasnim include non solo i data center, ma anche una serie di uffici regionali situati in paesi come gli Emirati Arabi Uniti, il Bahrein e il Qatar, oltre ovviamente a numerose sedi in Israele, come il centro di ricerca e sviluppo di Nvidia a Haifa o gli uffici di Palantir a Tel Aviv. A questi si aggiungono poi centri economici e bancari legati a Stati Uniti e Israele, con un avvertimento sinistro alla popolazione civile: quella di mantenersi a una distanza di almeno un chilometro dagli istituti di credito, possibili obiettivi di futuri attacchi. Una dichiarazione di guerra totale all’intero sistema di relazioni economiche occidentali nella regione, che complica ulteriormente gli sforzi dei Paesi del Golfo, da sempre impegnati a presentarsi come oasi di stabilità e sicurezza per attrarre gli ingenti investimenti stranieri nel settore delle nuove tecnologie.
Le conseguenze economiche e la nuova geografia del rischio per le big tech
L’impatto di questa nuova strategia bellica si misura già in termini economici e strategici, gettando un’ombra inquietante sui piani di sviluppo dell’intelligenza artificiale nella Penisola Arabica. Arabia Saudita ed Emirati, infatti, hanno puntato massicciamente sulla diversificazione delle loro economie, stanziando decine di miliardi di dollari per trasformarsi in hub globali dell’AI e del cloud computing, con progetti ambiziosi come il “Stargate UAE” ad Abu Dhabi o le joint-venture con i giganti americani del settore. La facilità con cui l’Iran ha violato lo spazio aereo e colpito strutture strategiche in Stati terzi, tuttavia, rischia di far saltare il banco, modificando radicalmente il calcolo dei rischi per investitori privati e compagnie assicurative, che potrebbero rivedere al ribasso la loro esposizione in un’area improvvisamente divenuta molto più pericolosa di quanto non apparisse solo poche settimane fa.
Il valore delle infrastrutture attualmente a rischio è impressionante: nella regione sono operativi oltre settanta data center con una capacità di centinaia di megawatt, a cui si aggiungono progetti in costruzione per un valore complessivo che supera i trenta miliardi di dollari. Colpire questi asset significa non solo provocare danni diretti per decine di milioni di dollari tra riparazioni e fermi servizio, ma anche minare alla base la fiducia nella resilienza delle piattaforme digitali che sorreggono l’intero commercio globale. La dipendenza da pochi hub regionali, del resto, è un tallone d’Achille noto, e l’attacco ai data center di Amazon ha dimostrato come l’interruzione di uno di questi possa propagare i propri effetti a catena su banche, società di logistica e piattaforme di e-commerce in tutto il Golfo, con ricadute persino sul mercato indiano, dove molte multinazionali hanno esternalizzato parte dei loro processi gestionali.
A rendere il quadro ancora più complesso, poi, c’è la vulnerabilità delle dorsali di comunicazione sottomarine, quei cavi in fibra ottica attraverso cui transita la quasi totalità del traffico internet tra Europa e Asia e che spesso approdano proprio sulle coste dei Paesi del Golfo. Un’eventuale interruzione di queste rotte, o anche solo un loro danneggiamento collaterale, potrebbe degradare la qualità delle connessioni intercontinentali, aumentare la latenza e destabilizzare servizi finanziari che si basano su transazioni in tempo reale. L’intreccio tra conflitto militare e infrastrutture tecnologiche, insomma, ha raggiunto un livello di complessità inedito, e le big tech americane si trovano ora a fare i conti con una realtà che le vede trasformate, loro malgrado, in attori e insieme bersagli di una guerra che si combatte tanto con i missili quanto con i bit.




