Le Kessler, un legame che va oltre la vita: la psicologia del gemellaggio
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Nate una subito dopo l’altra, Alice ed Ellen Kessler hanno condiviso un’esistenza in cui i confini individuali sembravano dissolversi in una simbiosi perfetta, fatta della stessa professione, delle stesse case e degli stessi viaggi, fino a quella decisione estrema che le ha portate a lasciare il mondo insieme. La loro scomparsa, un suicidio concordato, viene interpretata dallo psichiatra e psicoanalista Vittorio Lingiardi non come un atto di follia, bensì come l’ultimo, radicale gesto di un dolore profondo, l’epilogo di un legame così intimo da rendere impensabile per l’una un futuro senza l’altra. Quel legame, che molti definirebbero di “anime gemelle”, possiede delle basi psicologiche precise, soprattutto quando si parla di gemelli, dove la dinamica dell’Uno e del Due assume contorni particolarmente intensi e complessi. La loro storia, del resto, appare come un lungo addio preparato con meticolosa precisione, quasi prussiana, come ebbe a notare un loro caro amico, il quale ricordò come avessero sistemato ogni affare terreno, persino le utenze, prima del commiato.
Il concetto psicologico del Due
Secondo l’analisi di Lingiardi, la nascita di un fratello o di una sorella introduce alla quella che egli definisce un’“esperienza beneficamente traumatica del Due”, che impone all’individuo, fino a quel momento un Uno solo, di affrontare un taglio, una separazione. Realizzare virtuosamente la fratellanza o la sorellanza diventa dunque un’impresa psicologicamente ardua, poiché richiede di elaborare il lutto per la perdita di quella primitiva e totalizzante unicità. Nel caso delle gemelle Kessler, questo processo di separazione potrebbe non essersi mai compiuto pienamente, creando una dinamica di fusione che, se da un lato ha costituito la forza della loro identità pubblica e artistica, dall’altro ha reso la prospettiva di una solitudine, forse causata dall’avanzare dell’età o dal declino della salute, semplicemente insopportabile. La loro unione, celebrata in vita, ha così trovato un tragico, coerente compimento nella morte.
La scelta e i suoi segni premonitori
Le circostanze che hanno preceduto il loro ultimo gesto parlano di una determinazione fredda e lucida, lontana da qualsiasi impulsività. Un amico di lunga data, Bernhard Paul, ha rivelato di averle incontrate poche settimane prima, in occasione della prima del suo nuovo spettacolo, aggiungendo che “già sapevano quando sarebbero morte”. Questa consapevolezza, tenuta per sé con un riserbo che è stato definito tipicamente “prussiano”, si è tradotta in azioni concrete: la disdetta delle bollette, la messa in ordine dei propri affari, la preparazione di un ambiente domestico, quella “zwillingshaus” o villa gemella, che è apparsa poi con la luce del salotto ancora accesa, quasi un ultimo, silenzioso segnale. Quel divano bianco e quella porta-finestra sul giardino sono diventati, loro malgrado, i testimoni muti di un addio pianificato nei minimi dettagli.
L’ultimo messaggio: un addio senza rimpianti
A confermare la natura meditata e condivisa della loro decisione, è stata un’ultima lettera, un testamento spirituale nel quale le due artiste spiegavano le ragioni del loro gesto con una serenità che suona disarmante. “Ce ne andiamo insieme non siate tristi per noi”, scrissero, consegnando al mondo un messaggio che è insieme una spiegazione e una richiesta. Quel “noi” finale, che ha accompagnato ogni loro passo nella vita, si è chiuso in un’unità indissolubile, suggellando un patto che travalica la stessa morte. La loro storia, al di là del dramma, rimane una complessa riflessione sulla natura dei legami umani, su quanto profondamente due esistenze possano intrecciarsi fino a formare un’unica entità, la cui fine non può che essere simultanea, in un estremo, tragico atto di fedeltà a se stesse.




