Autotrasporto in tilt: rincari del gasolio e liquidità a secco, la Calabria chiede interventi immediati. Fermo nazionale dal 25 maggio

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Economia Redazione Economia   -   La morsa del caro-carburante, che già aveva mostrato i suoi denti nei mesi precedenti, stringe ora senza pietà le imprese calabresi dell’autotrasporto, costringendo il comparto a un’analisi spietata dei propri conti, dove il margine di guadagno sembra essere evaporato nel giro di poche settimane. Secondo l’Ufficio studi della Cgia – che monitora costantemente l’andamento dei prezzi alla pompa – l’impennata del diesel, passato da una media di 1,676 a 2,005 euro al litro, ha generato un’emorragia finanziaria di circa 1,5 miliardi di euro sull’intero parco veicoli nazionale (stimato in oltre 750mila mezzi pesanti), nonostante il governo abbia tentato di arginare la marea con un taglio delle accise di 20 centesimi. Questo provvedimento, sebbene accolto senza particolare entusiasmo dalle associazioni di categoria, si è rivelato un cerotto su una ferita molto più profonda; il meccanismo di compensazione, che oggi prevede un rimborso accise drasticamente ridotto per i mezzi Euro 5 ed Euro 6, ha infatti trasformato quello che doveva essere un sollievo in un ulteriore elemento di tensione, visto che per ogni mille litri di gasolio acquistato il ristoro è ormai considerato dagli operatori del tutto inadeguato alla contingenza attuale.

Mentre si attende con crescente impazienza il decreto attuativo per lo sblocco del credito d’imposta straordinario – misura già annunciata dal governo che riguarda la maggior spesa sostenuta tra marzo, aprile e maggio – la situazione sul territorio calabrese si fa drammatica per un motivo che va al di là del semplice costo del carburante. A pesare come un macigno è la cronica, endemica, difficoltà di liquidità che affligge gli autotrasportatori del Sud Italia; laddove nel Nord del Paese le tariffe per chilometro si attestano su valori che oscillano tra 1,40 e 1,70 euro (permettendo una parziale, benché insufficiente, compensazione dei costi), in Calabria i vettori devono spesso accontentarsi di compensi inferiori, accompagnati dal flagello del viaggio a vuoto o del ritorno senza carico, che azzera ogni residua efficienza. A questi si aggiunge lo scenario descritto dalle associazioni di categoria regionali, le quali segnalano come tra agosto e settembre la sospensione del traffico merci su ferro nella strategica tratta tra Gemona e Tarvisio – destinata a lavori di manutenzione – rischi di aggravare ulteriormente la pressione sul trasporto su gomita, deviando flussi già oggi impossibili da sostenere per chi deve fare i conti con un aumento del 30% del gasolio da inizio anno.

Le richieste al Ministero e il blocco delle tratte ferroviarie nel Nord Est

In questo quadro di emergenza, che molti addetti ai lavori non esitano a definire terminale, l’attenzione di chi opera in Calabria si sposta inevitabilmente su Roma, dove il confronto con il Ministero dei Trasporti – e successivamente a Palazzo Chigi – è entrato nel vivo. Al tavolo della trattativa, gli autotrasportatori hanno messo sul tavolo richieste precise e improrogabili: non si chiedono finanziamenti a pioggia, ma una compensazione immediata del rimborso accise, che non rispetti gli attuali tempi biblici di 60 giorni, e la sospensione temporanea dei contributi previdenziali, misure queste considerate l’unica ancora di salvezza per garantire quella liquidità immediata che oggi manca. “Il costo del personale, i pedaggi e la manutenzione – spiegano le sigle di categoria – vanno pagati subito, ma i nostri bilanci ricevono i corrispettivi dai committenti con ritmi che sfiorano i 120 giorni, un disallineamento che con il gasolio a oltre 2 euro diventa semplicemente insostenibile”. E se la guerra in Iran continua a tenere alto il prezzo delle materie prime, la tensione cresce anche a causa di un fattore logistico apparentemente distante ma dalla ricaduta pesantissima: la sospensione della ferrovia tra Gemona e Tarvisio.

L’interruzione di questa direttrice, fondamentale per i traffici merci verso l’Europa centro-orientale, costringerà già nei prossimi mesi centinaia di carri a trasferirsi sulla gomma, andando a ingolfare arterie stradali già saturate e aumentando la richiesta di carburante proprio nel momento di massima speculazione. Le associazioni calabresi guardano a questo scenario con un misto di rabbia e rassegnazione, consapevoli che il trasporto in conto terzi – storicamente il segmento più fragile del settore per via della difficoltà di ripercuotere i rincari sul cliente finale – è ormai il fanalino di coda di un sistema economico in affanno. Non si tratta di un settore che chiede mancati guadagni, ma di un comparto che rischia l’azzeramento della propria operatività.

Lo sciopero dei camionisti (25-29 maggio) e il conto salato di 1,5 miliardi

L’asticella della protesta si è intanto alzata ulteriormente con la conferma, da parte delle realtà associative del settore, del fermo nazionale dei mezzi pesanti programmato dal 25 al 29 maggio. Si tratta di uno sciopero che, pur essendo stato proclamato seguendo i crismi del rigore formale per evitare le contestazioni della Commissione di Garanzia (a differenza di quanto accaduto con altre frange del sindacalismo di base nella scorsa primavera), nasconde una miccia esplosiva: l’interruzione per cinque giorni del trasporto merci su gomma, che in Italia copre oltre l’85% della movimentazione totale delle forniture, rischia di tradursi in una impasse produttiva per interi distretti industriali. Ma al di là della mobilitazione di piazza, i veri numeri che fanno tremare gli imprenditori calabresi sono quelli certificati dalla Cgia: l’aumento del 20% del costo del gasolio si traduce, per ogni singolo veicolo industriale, in un aggravio di quasi 2.000 euro nel bimestre considerato, una somma che, moltiplicata per i mille camion che ogni giorno solcano la Salerno-Reggio Calabria, diventa una cifra fuori scala.

A rendere il quadro ancora più intricato – e a differenza di quanto accade in altri settori dove i listini si adeguano in tempo reale – è l’incapacità strutturale dell’autotrasporto di ribaltare immediatamente questi maggiori costi sul committente; spesso i contratti in essere non contengono clausole carburante efficaci o, laddove esistono, la loro applicazione viene contrastata dalla grande distribuzione e dall’industria manifatturiera, che stringono le cinghia di fronte all’aumento dei costi logistici. Di conseguenza, l’extra costo complessivo di 1,5 miliardi di euro stimato dalla Cgia rischia di gravare integralmente sulle spalle del vettore, erodendo quella liquidità già messa a dura prova dai ritardi nei pagamenti e spingendo molte piccole imprese calabresi verso l’insolvenza. Le associazioni regionali hanno denunciato chiaramente questo circolo vizioso: “Siamo i più penalizzati – hanno dichiarato in una nota diffusa in queste ore – perché il costo del gasolio è aumentato del 30% da inizio anno, le misure governative sono state largamente inefficaci, e ora dovremo anche sobbarcarci il traffico che la ferrovia non potrà più smaltire”.

La sospensione dei contributi e l’attesa del decreto attuativo

Mentre i riflettori si accendono sulla trattativa ad alto livello che si terrà a Palazzo Chigi entro i primi giorni di maggio, l’unica certezza per i camionisti calabresi è l’attesa spasmodica di quei decreti attuativi che sbloccherebbero il credito d’imposta straordinario, anche se per molti – data la cronica lentezza burocratica del meccanismo – potrebbe arrivare troppo tardi. L’auspicio delle associazioni di categoria è che dal confronto possa emergere una soluzione rapida per il rimborso delle accise: chiedono che i 200 euro per ogni mille litri di gasolio (una sorta di compensazione immediata) vengano erogati senza i consueti tempi morti, magari attraverso un meccanismo di compensazione secca in partita IVA. Oltre a ciò, la richiesta di una moratoria sui contributi previdenziali è sentita come prioritaria; per un’impresa che opera con margini all’osso, sospendere i versamenti per qualche mese significa ritrovare immediatamente il fiato per pagare lo stipendio al dipendente o la prossima bolletta del pieno.

Il cortocircuito tra i costi immediati del carburante e la riscossione differita dei corrispettivi è, in fondo, il vero demone contro cui combattono questi imprenditori. La crisi attuale, che ha radici nella tensione sul mar Rosso e nello scoppio del conflitto in Iran, si consuma lontano dalle autostrade calabresi, ma i suoi effetti economici si manifestano in modo del tutto sproporzionato su un territorio già fragile e periferico. L’autotrasporto non può fermarsi – lo sanno bene i titolari di quei 752mila mezzi pesanti che solcano la penisola – ma senza un’iniezione immediata di liquidità e un ristoro concreto per il gasolio, il rischio di assistere al fermo delle operazioni è più alto che mai.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.