Le ore di sonno che servono davvero al cervello (e perché la mezza età è cruciale)
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Redazione Salute
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Quanto dobbiamo davvero dormire? La risposta, lungi dall’essere una formula matematica valida per tutti, si tinge di sfumature inaspettate quando si smette di guardare solo gli anziani e ci si concentra su quella fascia d’età – la mezza età – che spesso sacrifica il riposo sugli altari della produttività. Una ricerca, pubblicata il 20 aprile 2021 su “Nature Communications” e guidata dalla dottoressa Séverine Sabia tra Inserm e University College London, ha utilizzato i dati della celebre coorte Whitehall II (che segue funzionari pubblici britannici) per monitorare la durata del sonno di 7.959 partecipanti, rilevata ben sei volte tra il 1985 e il 2016. I risultati suggeriscono che non è mai troppo presto (né troppo tardi) per preoccuparsi delle proprie abitudini notturne, anche se il vero banco di prova resta la fascia 50-70 anni, dove il riposo insufficiente o frammentato mostra il suo volto più insidioso.
I segni silenziosi nella materia grigia
L’insonnia, si sa, non è solo una fastidiosa compagna dei risvegli notturni; eppure, pochi considerano che una sola notte passata quasi senza dormire possa lasciare un segno chimico paragonabile a quello delle fasi iniziali dell’Alzheimer. Un gruppo di ricercatori dell’Università di Ibadan, analizzando oltre vent’anni di studi in una revisione pubblicata su “Ibro Neuroscience Reports”, ha evidenziato come anche brevi periodi di veglia forzata compromettano l’equilibrio cerebrale: riducendo l’efficienza delle connessioni neuronali e aumentando quei processi infiammatori che, col tempo, diventano un terreno fertile per il declino cognitivo. Accade così che il, in una sorta di cortocircuito fisiologico, mostra un innalzamento di marcatori come la proteina C-reattiva, tipicamente associata a stati infiammatori cronici, mentre il cervello fatica a smaltire la beta-amiloide, quella stessa proteina tossica che si accumula nei tessuti nervosi dei malati di Alzheimer.
L’inganno dei sonnellini e la scienza del riposo attivo
Molti, superata la soglia dei sessant’anni, tendono a normalizzare i lunghi riposini pomeridiani quasi fossero un diritto acquisito; in realtà, secondo gli esperti della National Sleep Foundation (e le parole del presidente Charles Czeisler), «è importante essere consapevoli di questi dati, perché in media passiamo un terzo della nostra vita dormendo» e la salute dipende in larga misura da qualità e durata del sonno. Se è vero che durante l’adolescenza restare svegli fino a tardi e alzarsi tardi sembra fisiologico, con l’età adulta le esigenze si ridimensionano, e chi fa sonnellini troppo lunghi dopo i 60 anni potrebbe intercettare un campanello d’allarme. Alcuni studi americani hanno rilevato che le persone anziane con questa abitudine hanno un rischio di sviluppare demenza fino a tre volte superiore, non tanto per il sonnellino in sé, quanto perché esso è spesso spia di un riposo notturno inefficace o di alterazioni nei ritmi circadiani.
Quando la demenza bussa alla porta (e non è solo oblio)
La demenza resta un termine ombrello che abbraccia un insieme di malattie devastanti; il volto più riconoscibile, l’Alzheimer, è responsabile dal 60 al 70% dei casi, ma non si tratta affatto del semplice “scordarsi il nome del gatto del vicino”. Le difficoltà di memoria, i problemi nel pensare o nel prendere decisioni, la ridotta capacità di portare a termine compiti abituali come cucinare o orientarsi fuori casa: tutti questi sintomi convergono in una perdita progressiva dell’autonomia che spesso affonda le sue radici in decenni di sonno mal gestito. La ricerca scientifica ha ormai dimostrato che durante le fasi profonde del riposo si attiva un sistema di “pulizia” cerebrale (il sistema glinfatico) capace di rimuovere le scorie metaboliche; quando questo meccanismo viene compromesso dalla privazione cronica di sonno, l’accumulo di proteine tossiche accelera l’atrofia di aree chiave come l’ippocampo, dimostrando ancora una volta che l’igiene del sonno non è un lusso, ma una necessità biologica.




