Tim, il cda sul futuro degli accordi con Inwit tra recessi e nuove alleanze

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Redazione Economia Redazione Economia   -   La riunione del consiglio di amministrazione di Tim, convocata per la mattinata di oggi, si annuncia come un crocevia decisivo non solo per il futuro dell’ex monopolista telefonico, ma per l’intero assetto infrastrutturale del Paese. Sul tavolo dei vertici dell’azienda, oltre al dossier relativo all’OPAS lanciata da Poste Italiane, giace un nodo particolarmente intricato che riguarda il rapporto con Inwit, la società che gestisce le torri di telecomunicazione. Dopo la scelta, a suo tempo comunicata da Fastweb+Vodafone, di disdire il contratto che ne regola l’accesso alle infrastrutture, Tim si trova ora a dover decidere se percorrere la stessa strada, chiedendo formalmente il recesso dal "Master Service Agreement" (Msa) che la lega a Inwit.

L’effetto domino della disdetta di Fastweb+Vodafone

La decisione di Tim, che si appresta a valutare l’uscita dall’accordo a partire dal 2030, non arriva in un vuoto legislativo ma sull’onda di una scelta già operata dai concorrenti, i quali hanno aperto un fronte legale che pare destinato a lunga durata. Fonti vicine al dossier riferiscono che l’azienda guidata da Pietro Labriola sta vagliando con attenzione le clausole contrattuali, in particolare quelle che potrebbero innescare un effetto domino una volta che uno dei due cosiddetti "anchor tenant" – i clienti principali, cioè – abbandonerà la nave. E non è un dettaglio secondario, se si considera che solo pochi giorni fa Tim e Fastweb+Vodafone hanno annunciato la creazione di una joint venture paritetica finalizzata alla costruzione di seimila nuove torri, un progetto che di fatto aggira l’infrastruttura esistente di Inwit per crearne una parallela e più economica.

La risposta di Inwit: una rete che non si replica

Dal canto suo, Inwit non ha certo assistito passivamente all’escalation di tensione. Attraverso la voce del direttore generale Diego Galli, la società ha voluto ribadire con forza la natura strategica – e a suo dire insostituibile – del proprio patrimonio infrastrutturale. “La nostra rete, composta da circa 26 mila siti, è il risultato di 40 anni di lavoro”, ha spiegato Galli in una recente conference call, sottolineando che il 35% di questi siti occupa posizioni uniche, dal centro delle metropoli ai borghi montani, e che mediamente il 75% della rete non è assolutamente replicabile. “Uscire dalla rete Inwit – ha ammonito – vuol dire avere un piano di rete alternativa con la costruzione di almeno 15 mila nuove torri, un’operazione che richiederebbe trent’anni e costerebbe almeno 2 miliardi di euro”. Una dichiarazione che suona come un avvertimento agli azionisti, i quali vedrebbero messi in discussione i flussi di cassa certi su cui hanno basato i propri investimenti.

Il braccio di ferro legale e l’incognita assembleare

Il confronto, ormai, è destinato a spostarsi dalle sale operative ai tribunali. Se Fastweb+Vodafone ritiene di poter recedere dall’Msa sfruttando una finestra temporale prevista per il 2028, Inwit oppone una clausola di "cambio di controllo" (scattata nell’agosto del 2022) che, a suo dire, ha esteso la blindatura del contratto fino al 2038. Questa tesi, se accolta da un giudice, renderebbe la disdetta illegittima, esponendo gli operatori a richieste risarcitorie pesantissime. In questo clima di tensione massima, mentre gli analisti finanziari seguono con il fiato sospeso l’andamento del titolo Inwit (già in forte flessione nelle ultime sedute), l’attenzione si sposta anche sull’assemblea degli azionisti della torre company, convocata per il 30 aprile, che potrebbe rappresentare il primo vero banco di prova per misurare la fiducia degli investitori.

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