Tim, il cda convocato per stamani decide il futuro degli accordi con Inwit tra dossier legali e tensioni finanziarie
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Redazione Economia
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Si terrà in mattinata, stando a quanto si apprende, la riunione del consiglio di amministrazione di Tim convocata per affrontare, tra i vari punti all’ordine del giorno, il complesso dossier che riguarda il futuro dei rapporti con Inwit, la società delle torri da cui il gruppo telefonico dipende per gran parte della propria infrastruttura di rete. La decisione, attesa per oggi, arriva a valle di una serie di eventi che hanno rapidamente intensificato lo scontro tra i principali operatori del settore, innescando una partita a tre che coinvolge non solo i giganti delle telecomunicazioni, ma anche il fronte giudiziario e quello dell’autorità di vigilanza. La posta in gioco è rappresentata dai master service agreement, gli accordi che regolano l’affitto delle infrastrutture di Inwit, e dalla possibilità per Tim di esercitare il recesso a partire dal 2030, in scia a quanto già fatto da Fastweb+Vodafone.
La frattura contrattuale e il precedente Fastweb+Vodafone
La tensione sul tavolo del cda di Tim si inserisce in un quadro di crescente conflittualità che ha visto, nelle scorse settimane, la joint venture tra Fastweb e Vodafone (operazione che ha assorbito le ex attività italiane dell’operatore anglo-tedesco) formalizzare la disdetta degli stessi accordi. Questa mossa, motivata dai due operatori con la presunta non competitività dei canoni richiesti da Inwit rispetto ai benchmark di mercato, ha di fatto rotto un equilibrio che resisteva dal 2020, anno in cui venne perfezionata l’operazione che portò alla nascita dell’attuale società delle torri. Il fulcro della disputa risiede proprio nella lettura delle clausole di durata: mentre Inwit sostiene che un cambio di controllo avvenuto nel 2022 abbia esteso automaticamente il contratto fino al 2038, Fastweb+Vodafone rivendica il diritto a considerare il termine del rapporto entro il 2028, dando il via a un contenzioso che ora vede Tim chiamata a scegliere da che parte stare.
Le armi legali di Inwit: esposto in Consob e provvedimento cautelare
Di fronte a quella che definisce una “squilibrata e ingiustificata revisione” degli accordi originari, Inwit non ha atteso passivamente l’esito delle mosse dei propri anchor tenants. La società, che vanta un patrimonio di circa 26 mila siti diffusi sul territorio nazionale, ha annunciato una strategia di difesa articolata su due fronti principali. Il primo è quello giudiziario, con la preparazione di un ricorso al Tribunale di Milano per chiedere un provvedimento cautelare che inibisca gli effetti della disdetta avanzata da Fastweb+Vodafone. Il secondo fronte, di natura regolatoria, riguarda la Consob: secondo quanto emerso, Inwit sta predisponendo un esposto dettagliato da presentare al regulator dei mercati, con l’obiettivo di far valutare la rilevanza di eventuali condotte che, secondo la società delle torri, potrebbero aver causato anomalie nell’andamento del Titolo e nei meccanismi di trasparenza informativa. Si tratta di una mossa che mira a mettere pressione sugli interlocutori anche sotto il profilo della correttezza delle comunicazioni al mercato.
La replica sulla “irreplicabilità” della rete e il peso finanziario
Nel pieno della bufera, l’amministratore delegato di Inwit ha voluto chiarire i termini tecnici ed economici della questione, sottolineando come la rete della società rappresenti un patrimonio di difficile sostituzione. “La nostra rete – ha spiegato – composta da circa 26 mila siti, è il risultato di 40 anni di lavoro di Tim, Vodafone e Inwit. Il 35% dei nostri siti si trova in posizioni uniche, come nel cuore delle grandi città, così come aree montane e borghi; più in generale circa il 75% della nostra rete non è replicabile”. Questa dichiarazione intende ribadire la posizione di forza contrattuale della società, avvertendo i clienti che una risoluzione anticipata comporterebbe costi e tempi di realizzazione di una rete alternativa proibitivi, con stime che parlano di necessità di costruire almeno 15 mila nuove torri, un processo che richiederebbe decenni e investimenti miliardari. Sul piano economico, la tensione ha già avuto ripercussioni pesanti: Inwit ha tagliato le proprie guidance per il 2026, riducendo le stime di ricavi tra 1,05 e 1,09 miliardi, un intervento reso necessario dalla mancata visibilità sugli investimenti futuri e dallo stop allo sviluppo di nuove iniziative non garantite dagli anchor tenants.
La joint venture sulle torri e il braccio di ferro con gli azionisti
A complicare ulteriormente il quadro, alimentando il clima di sfiducia reciproca, è l’annuncio della creazione di una joint venture tra Tim e Fastweb+Vodafone finalizzata alla costruzione di seimila nuove torri, un progetto che Inwit considera in evidente contrasto con gli attuali master service agreement. Secondo la società delle torri, gli accordi in vigore prevedono che, qualora gli operatori avessero necessità di nuovi siti per i propri piani di espansione, a Inwit spetti la qualifica di fornitore privilegiato, con un diritto di prelazione (c.d. “last call”) che esclude la possibilità di rivolgersi a terzi senza aver prima offerto l’opportunità alla società esistente. Nel frattempo, sul fronte azionario, la situazione si fa tesa anche per Tim: il fondo di private equity Ardian, che controlla circa il 32% di Inwit, ha formalmente messo in guardia il gruppo telefonico, sostenendo che un recesso anticipato violerebbe i termini dell’investimento che ha portato al versamento di 2,9 miliardi di euro nelle casse di Tim tra il 2020 e il 2024, esponendo l’ex monopolista a responsabilità estremamente gravi per aver minato la prevedibilità dei flussi di cassa su cui si basava l’operazione.




