Torri 5G, la guerra delle parole tra Inwit e Swisscom si sposta sul terreno dei fatti (e dei contratti)
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Redazione Economia
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Roma. Non c’è pace per le infrastrutture passive del 5G italiano, e a tener banco non è più solo la tecnologia, ma una disputa contrattuale che dal tavolo delle trattative è finita dritta dinnanzi ai giudici. Inwit, la società quotata su Euronext Milan che gestisce oltre ventisettemila siti, ha rotto gli indugi lanciando un attacco frontale alle dichiarazioni rilasciate da Christoph Aeschlimann, l’amministratore delegato di Swisscom. Il gruppo elvetico, che controlla Fastweb e ha assorbito Vodafone Italia, aveva accusato la tower company di essersi “rifiutata di avviare discussioni” sulla rinegoziazione dei prezzi; una circostanza, quest’ultima, che Inwit ha definito “falsa e tendenziosa” in una nota ufficiale dai toni decisamente aspri.
La replica non si è fatta attendere, anzi. Inwit ha ribaltato la versione, sostenendo che a interrompere il dialogo sia stata Fastweb, la quale avrebbe opposto condizioni “economicamente esorbitanti” impostate sulla modalità “prendere o lasciare”. Lontana dall’idea di aver ostacolato la transizione, la torreista ha rivendicato la volontà di trovare una soluzione, offrendo addirittura la possibilità di discutere la durata del contratto Msa (il master service agreement che lega le parti) in sede arbitrale o attraverso una negoziazione assistita. Una posizione, questa, che dipinge il quadro di una trattativa naufragata più per un’incompatibilità di metodo che per un’effettiva chiusura delle porte.
Tempi lunghi e strategie alternative: il divorzio richiederà un decennio
A complicare ulteriormente lo scenario, già carico di tensione, sono le tempistiche operative annunciate dai vertici del consorzio concorrente. Durante le call con gli analisti, dalle parti di Tim hanno fornito numeri che mettono in prospettiva la reale portata della frattura. Pietro Labriola, alla guida dell’operatore, ha illustrato una roadmap che prevede un’uscita graduale dalle torri di Inwit in un arco temporale compreso tra i cinque e i dieci anni. Non si tratta di un abbandono improvviso, ma di una migrazione pianificata che Tim intende realizzare attraverso tre pilastri fondamentali: lo sfruttamento di circa ottomila torri già esistenti sul mercato, la costruzione di seimila nuovi siti realizzati da terzi (con un ritmo sostenibile di cinquecento all’anno) e, infine, lo sviluppo di ulteriori seimila siti tramite la joint venture siglata con Fastweb+Vodafone.
È proprio questa alleanza operativa tra Tim e il gruppo di Swisscom a rappresentare il vero nodo della questione, un fronte unito che di fatto sostituirà una parte consistente dell’infrastruttura che un tempo era un conto in banca esclusivo per Inwit. La strategia, presentata come “chiara e realistica” dall’amministratore delegato, mira a ottimizzare la struttura dei costi e a garantire all’operatore quella flessibilità che, almeno stando alle accuse, Inwit gli avrebbe negato nella gestione delle trattative.
Il braccio di ferro giudiziario: un’istanza cautelare per bloccare le disdette
Mentre le dichiarazioni pubbliche si susseguono, il vero campo di battaglia è diventato quello legale. A fronte della disdetta del contratto Msa (un gesto che Inwit ritiene illegittimo), la tower company ha risposto con una mossa a sorpresa, presentando un’istanza cautelare. L’obiettivo è duplice: da un lato, sospendere immediatamente gli effetti delle disdette notificate sia da Tim che da Fastweb; dall’altro, far valere con la massima urgenza quelle ragioni che, nelle more di un giudizio di merito destinato a durare anni, rischierebbero di essere calpestate. Inwit, insomma, cerca di blindare lo status quo, temendo che il tempo della giustizia ordinaria possa favorire la costruzione della rete parallela degli operatori.
La contesa, dunque, non è solo una questione di prezzi o di canoni. È una resa dei conti sulla natura stessa dei contratti di locazione delle torri, quei pilastri fisici del 5G che valgono miliardi. Mentre Swisscom ipotizza una migrazione “una torre alla volta” in un contesto di buona fede, Inwit ha scelto la via della documentazione e delle memorie difensive, certa di poter dimostrare con carte alla mano di aver sempre cercato una soluzione, laddove l’altra parte ha invece preferito la rottura.
Il peso delle cifre e il futuro operativo del sodalizio Fastweb-Tim
A rendere la posta in gioco ancora più alta è il peso specifico dei contratti in scadenza. Le attuali stime di settore indicano che Tim e Fastweb (ora insieme a Vodafone) rappresentano circa l’80% dei ricavi di Inwit, una percentuale che spiega la violenza della reazione della tower company. Perdere quei clienti, o anche solo dover rinegoziare drasticamente i termini al ribasso, significherebbe rivedere l’intero modello di business su cui la società ha costruito la sua redditività.
Sul fronte operativo, nonostante le scintille, i lavori per la nuova rete non si fermano. L’accordo siglato tra Tim e la cordata svizzera prevede la realizzazione di migliaia di nuovi siti, un’iniezione di infrastruttura che il mercato attende per completare la copertura del 5G su scala nazionale. Resta da vedere, in attesa che i giudici si pronuncino sulla cautelare, se questa “nuova indipendenza” delle telco dalle torri sarà un vantaggio competitivo o una lunga traversata nel deserto della giustizia.




