Il bar al tempo dei blackout: gestire un locale all’Avana tra resilienza e quotidiana precarietà

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’aria, in certi quartieri del Centro Habana, ha il peso specifico della rassegnazione mescolata a una forma di resistenza istintiva, quella che viene fuori quando l’ordinario viene continuamente messo in discussione da un’interruzione di servizi che non ha più il carattere dell’emergenza, ma è diventata una costante. A gestire uno di quei piccoli locali – di proprietà del governo, come gran parte delle attività commerciali sull’isola – c’è Carlo Eusebio, una figura che abbiamo incontrato quasi per caso, portati da un amico cubano, Luiz, con l’intenzione di bere un cocktail in un’atmosfera che, nonostante tutto, tentava di mantenersi accogliente. L’incontro, come spesso accade in questi contesti dove lo straniero viene accolto con una cordialità che non è mai scontata, si è trasformato in una chiacchierata fluida, fatta di brindisi e di sguardi che cercano di capire quanto, dall’altra parte, si percepisca davvero la complessità del momento.

Carlo, mentre preparava i bicchieri con la luce intermittente di una batteria di riserva, ha riassunto il paradosso di chi lavora con un prodotto deperibile e con una clientela che, pur avendo fame di normalità, si scontra con una realtà fatta di forniture incostanti. Il suo locale, sebbene minuscolo, rappresenta un punto di riferimento in un’economia dove il settore privato – o quello gestito in concessione – prova a galleggiare nonostante le infrastrutture cedano. La conversazione si è sviluppata su un filo sottile: da una parte c’era la volontà di offrire un servizio, di preservare quegli spazi di socialità che la capitale cubana non ha mai perso neppure nei momenti più bui; dall’altra, la consapevolezza che il “difficilissimo”, come lo ha definito lui, non è un’iperbole, ma una condizione strutturale con cui fare i conti ogni giorno, tra la scelta di quali ingredienti tenere in frigo e l’incertezza su quando arriverà il prossimo rifornimento.

Il collasso della rete e il ripristino lampo

Proprio in quelle ore, l’isola stava vivendo l’ennesima prova generale di un collasso che ormai segue una sceneggiatura conosciuta. Secondo quanto riferito dalle autorità, il ripristino dell’energia elettrica in quasi metà dell’Avana è avvenuto il 22 marzo, a meno di ventiquattro ore dal secondo crollo totale della rete nazionale in una settimana. Un arco di tempo che racconta di un sistema abituato a gestire le emergenze con interventi mirati, settori strategici e priorità precise, ma che non può nascondere la fragilità di fondo di un’infrastruttura che le autorità locali, in più occasioni, hanno definito vittima di un blocco esterno capace di inasprire ogni vulnerabilità. La rapida rimessa in funzione di una parte della capitale, in questo senso, non ha rappresentato tanto una soluzione, quanto piuttosto un’operazione di contenimento dei danni, finalizzata a evitare che l’oscurità prolungata alimentasse tensioni difficili da governare.

Per chi vive e lavora all’Avana, la differenza tra un blackout totale e i continui, frammentari spegnimenti che caratterizzano la routine quotidiana è ormai labile. Quando la rete è operativa, il servizio rimane intermittente, soggetto a sovraccarichi e a una domanda che supera costantemente la capacità produttiva. Carlo Eusebio, nel suo bar, conosce bene questa aleatorietà: sa che il momento critico non è solo quando manca del tutto la corrente, ma anche quando arriva a singhiozzo, mettendo a rischio gli elettrodomestici e costringendo a una contabilità di risorse che in un’altra parte del mondo sarebbero scontate.

La crisi energetica come terreno di confronto geopolitico

Il quadro, però, non si esaurisce nella sola cronaca delle interruzioni di servizio. Il fatto che l’isola si trovi paralizzata dalla mancanza di combustibile ha aperto scenari che vanno ben oltre la gestione tecnica dell’emergenza, trasformando l’assenza di energia in un elemento di una trattativa più ampia. La crisi energetica, in questo contesto, diventa un terreno su cui si muovono interessi esterni, con il capo della Casa Bianca – che oggi, con il ritorno di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti, ripropone una linea di pressione già sperimentata in passato – che punta a incidere sui settori chiave dell’economia cubana. L’idea, filtrata dalle dinamiche di potere che si giocano a pochi chilometri dall’isola, è quella di sfruttare il collasso energetico come una leva per favorire un cambio al vertice, separando quella che viene descritta come la componente più pragmatica dei militari dall’apparato ideologico legato alla Revolución.

Sullo sfondo, la vita prosegue in una dimensione di attesa. Più di ventiquattro ore senza elettricità, come quelle vissute durante l’ultimo blackout, rappresentano per una capitale abituata al caldo e all’umidità una prova di resistenza fisica oltre che psicologica. Le proteste, che pure si sono manifestate con crescente frequenza in diverse zone del paese, nascono proprio dalla combinazione letale di fame, mancanza di acqua potabile e impossibilità di conservare il cibo. Le concessioni annunciate dal governo di Miguel Díaz-Canel, inclusa la liberazione di alcuni prigionieri politici, non hanno scalfito la sostanza di un malcontento che trova nelle interruzioni quotidiane il suo principale amplificatore. A ciò si aggiunge l’incertezza legata ai rifornimenti esterni, con l’arrivo di una petroliera russa – atteso in ritardo – che aggiunge un ulteriore elemento di precarietà a una filiera logistica già messa a dura prova.

In questo scenario, il piccolo bar di Carlo Eusebio continua a essere un osservatorio privilegiato. La sua frase, pronunciata quasi tra sé mentre sistemava le sedie all’ingresso, suona come un manifesto di quella che potremmo definire l’arte di arrangiarsi senza mai cedere del tutto alla disperazione. È una filosofia che tiene insieme la necessità di non arrendersi con l’evidenza, ogni giorno più tangibile, che le soluzioni strutturali sono ancora lontane e che, nel frattempo, bisogna trovare il modo di far funzionare un frigorifero, accogliere un cliente e mantenere vivo quel senso di comunità urbana che, nonostante tutto, all’Avana resiste anche quando si spegne la luce.

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