Cuba, blackout infiniti all’Avana: la popolazione protesta tra pentole e falò

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Da mesi, ormai, l’isola intera vive a singhiozzo, tra un’interruzione di corrente e l’altra, e la pazienza dei cubani – già messa a dura prova da penurie di ogni genere – ha smesso di esistere proprio quando le luci si sono spente per oltre venti ore consecutive. All’Avana, e in diverse altre città del paese caraibico, la folla è scesa in strada battendo pentole e padelle, un gesto di protesta sonoro e ancestrale, ma ha anche acceso falò in mezzo alle strade, quasi a sfidare l’oscurità che ormai paralizza ogni attività quotidiana. Queste manifestazioni, sorte spontaneamente tra la sera del 14 e la notte del 15 maggio, rappresentano l’esito più visibile di una crisi energetica che non accenna a risolversi, aggravata da un intreccio di cause esterne e interne difficile da districare.

Il collasso della rete e la dipendenza dalle forniture straniere

La rete elettrica nazionale, già fatiscente per mancanza di manutenzione ordinaria, ha subito un collasso progressivo negli ultimi mesi, e il dato tecnico – per quanto arido – spiega gran parte della rabbia popolare: le interruzioni si allungano oltre le venti ore giornaliere, lasciando interi quartieri senza refrigerazione, acqua corrente (spesso pompata elettricamente) e comunicazioni. La causa immediata va cercata nella scarsità di combustibile, poiché Cuba dipende storicamente da forniture estere per far funzionare le sue centrali termoelettriche, e quelle scorte si sono ridotte all’osso. Il governo locale ha confermato che le riserve di petrolio e gasolio sono esaurite, una situazione senza precedenti per i 9,6 milioni di abitanti dell’isola, esposti a un blackout che non risparmia né ospedali né impianti per la distribuzione dell’acqua.

L’embargo americano e il taglio venezuelano dopo la caduta di Maduro

Due fattori geopolitici, convergenti e letali, hanno trasformato una crisi annunciata in un’emergenza umanitaria a luci spente. Da un lato, il pesante embargo statunitense, che da gennaio ha impedito – con un ordine esecutivo del presidente Trump – l’arrivo di forniture energetiche sull’isola, stringendo un cappio già molto stretto. Dall’altro, il taglio delle forniture da parte del Venezuela, avvenuto dopo la caduta di Maduro, ha privato L’Avana del suo principale alleato petrolifero. Senza quelle navi cisterna che per decenni hanno garantito un flusso minimo, Cuba si è ritrovata letteralmente al buio, come ricostruiscono analisti e cronisti che seguono la regione. La nuova dottrina americana, descritta da alcuni osservatori come “regime collapse” (implosione del regime, più che cambio di regime), punterebbe proprio ad accelerare il collasso interno senza intervento militare diretto, e i blackout ne sono il fattore scatenante più efficace.

Falò, cassonetti in fiamme e la risposta delle istituzioni

Nella notte tra mercoledì e giovedì, le proteste hanno assunto toni più aspri: accanto alle pacifiche “caceroladas” (il battere di pentole), alcuni gruppi hanno dato fuoco a cassonetti dell’immondizia e improvvisato barricate, seppur senza episodi di violenza generalizzata segnalati dalle fonti disponibili. Le forze dell’ordine sono intervenute in modo contenuto – almeno secondo i primi riscontri – e non si hanno notizie di fermi di massa o scontri gravi. Le autorità locali hanno attribuito la crisi al blocco statunitense, definito “genocida”, e hanno annunciato misure di razionamento ancora più severe. Resta da osservare se queste manifestazioni, le più consistenti degli ultimi anni, riusciranno a produrre un’inversione di rotta: per ora, l’isola resta al buio, e la popolazione batte pentole sperando che qualcuno – dentro o fuori Cuba – ascolti il frastuono di un paese esausto.

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