Iperammortamento 2026, i nodi da sciogliere per le imprese tra crediti 4.0 arretrati e il decreto attuativo atteso a maggio
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Redazione Economia
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Il passaggio generazionale tra i vecchi crediti d’imposta della transizione 4.0 e il nuovo sistema dell’iperammortamento – reintrodotto dalla legge di Bilancio 2026 (legge n. 199/2025) – si sta rivelando un rebus contabile per migliaia di aziende, soprattutto per quelle che, pur avendo avviato l’iter burocratico lo scorso anno, non hanno ancora visto concretizzarsi l’agevolazione. La norma, in vigore dal 1° gennaio, sostituisce di fatto i precedenti meccanismi incentivanti con una maxi-deduzione delle quote di ammortamento. Tuttavia, un’area grigia riguarda le imprese che nel 2025 avevano presentato domanda per il credito d’imposta sui beni 4.0 – magari versando l’acconto del 20% per bloccare l’ordine – senza però aver completato l’intera procedura di comunicazione al Gestore dei Servizi Energetici (GSE).
Secondo le prime indicazioni operative, se l’investimento viene fisicamente completato dopo il 1° gennaio 2026, si riaprono scenari inediti: queste aziende potrebbero infatti optare per il nuovo iperammortamento, a patto che non abbiano già beneficiato effettivamente del vecchio credito d’imposta. La legge stabilisce che la nuova maxi-deduzione non si applica agli investimenti che beneficiano delle disposizioni previste per il credito 4.0. Il discrimine, spiegano i tecnici, è sottile: chi ha solo incassato una prenotazione (anche a fine 2025) ma non ha ancora visto esaurirsi la procedura di completamento, potrebbe rientrare nella sanatoria. A complicare il quadro c’è il rifinanziamento delle risorse per il credito 4.0: il fondo è stato incrementato di 1,3 miliardi di euro, portando la dotazione totale a 3,5 miliardi; questo intervento però sembra destinato esclusivamente agli investimenti effettuati materialmente entro il 31 dicembre 2025, lasciando i "prenotati del 2025" in un limbo che solo le circolari attuative potranno chiarire.
L’attesa del decreto attuativo e il congelamento degli ordini
A oltre tre mesi dall’entrata in vigore della legge, le imprese attendono ancora il decreto interministeriale (Mimit-Mef) che dovrebbe definire le procedure di accesso, le comunicazioni telematiche e i controlli. Il provvedimento – che potrebbe arrivare entro la fine di aprile o i primi di maggio – viene descritto come imminente dai vertici del Ministero delle Imprese, ma ogni settimana di ritardo, come denunciato dalle associazioni di categoria, rischia di tradursi in un blocco degli investimenti. Giulia Abruzzese, direttore dell’area Politiche Fiscali di Confindustria, ha di recente sottolineato come il "congelamento" degli ordini stia pesando soprattutto sui costruttori di macchinari, vittime collaterali di una transizione normativa che penalizza la programmazione industriale.
Le bozze circolate nelle scorse settimane anticipano che il decreto potrebbe contenere novità sostanziali, a partire dallo stralcio del vincolo "Made in EU". Inizialmente, la legge 199/2025 condizionava l’agevolazione all’acquisto di beni prodotti negli Stati membri dell’Unione europea o dello Spazio economico europeo, ma cancellare questa clausola – così come anticipato da alcune indiscrezioni – rappresenterebbe una boccata d’ossigeno per le imprese che importano tecnologie da Paesi terzi, evitando discriminazioni di fornitura. Resta invece confermata la struttura a scalini: la maggiorazione del costo ai fini fiscali (Ires/Irpef) arriva al 180% per la quota di investimento fino a 2,5 milioni di euro, scende al 100% nella fascia tra 2,5 e 10 milioni e si attesta al 50% tra 10 e 20 milioni di euro.
Le regole di cumulabilità e il peso sull’ammortamento fiscale
A differenza del credito d’imposta (che agiva in diminuzione diretta dell’imposta), l’iperammortamento opera sul fronte del reddito imponibile. In pratica, si maggiora il costo del bene iscrivibile in bilancio, producendo quote di ammortamento più alte e quindi un utile fiscale ridotto. Per un macchinario da 500 mila euro, l’effetto della maggiorazione al 180% si traduce fiscalmente come se il costo fosse 1,4 milioni; un vantaggio che però si distribuisce lungo la vita utile del bene (solitamente 5-10 anni) e che premia soprattutto le società di capitali con alta redditività, le quali possono assorbire subito il beneficio.
La legge di Bilancio ha previsto un arco temporale di applicazione piuttosto ampio per gli investimenti: chi acquisterà dal 1° gennaio 2026 al 30 settembre 2028 potrà accedere alla misura, sempre rispettando i vincoli sulla sicurezza nei luoghi di lavoro e il DURC. Viene però richiesta – e sarà questo uno dei punti qualificanti del decreto attuativo – la trasmissione di specifiche comunicazioni preventive e di completamento tramite una piattaforma dedicata del GSE, replicando in chiave moderna il vecchio schema del "salva credito" ma con l’ago della bilancia spostato sulla dichiarazione dei redditi e non più sulla compensazione in F24.
L’effetto serra sui bilanci e la scelta tra due mondi
Per i consulenti fiscali e i commercialisti, la sfida più immediata è gestire la sovrapposizione temporale tra i residui della transizione 4.0 e il nuovo meccanismo. I termini per chiudere le pratiche 4.0 sono infatti strettissimi: le imprese che hanno ultimato gli investimenti nel 2025 dovevano inviare la comunicazione di completamento entro il 31 marzo 2026, mentre chi li ultimerà entro il 30 giugno di quest’anno avrà tempo fino al 31 luglio. In assenza di una chiara opzione di "rinuncia al credito per passare all’iper", molti operatori temono di ritrovarsi con investimenti a cavallo d’anno che non rientrano in nessuna delle due cassetti fiscali.
La posta in giro è enorme, considerando il valore complessivo dei fondi stanziati per il nuovo meccanismo (quasi 10 miliardi di euro), ma la credibilità della misura dipenderà dalla rapidità con cui il governo sbloccherà il decreto attuativo. Finché il provvedimento resterà in una fase interlocutoria, gli uffici acquisti delle aziende continueranno a guardare la tecnologia senza premere il grilletto, in attesa di capire esattamente come certificare l’interconnessione dei beni alla rete digitale e cosa accadrà ai vecchi acconti versati nel 2025. La speranza – coltivata anche dai costruttori tedeschi e italiani di macchinari utensili – è che l’estate non sorprenda il sistema ancora in questa nebbia procedurale.




