Il crollo del “Quad God”: Malinin fuori dal podio, l’oro va a Shaidorov
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Redazione Sport
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C’è un silenzio innaturale, quasi irreale, al Milano Ice Skating Arena, quel tipo di silenzio che precede la tempesta o che, più spesso, ne segue la devastazione. Ilia Malinin, il ventunenne fenomeno statunitense che avevano soprannominato “Quad God” per la sua capacità di sfidare le leggi della fisica sul ghiaccio, è lì, a centro pista, con lo sguardo perso di chi non crede a quello che gli è appena successo. La gara individuale maschile di pattinaggio artistico, l’evento forse più atteso di queste Olimpiadi invernali di Milano Cortina 2026 insieme alla finale dell’hockey, doveva essere la sua consacrazione definitiva, la cerimonia d’incoronazione del nuovo re. Invece, sotto il peso di una pressione che si tagliava con il coltello, il dio ha mostrato la sua fragilità umana, finendo mestamente all’ottavo posto e regalando una delle pagine più clamorose e inaspettate nella storia recente di questo sport. Al termine del suo programma libero, un racconto tecnico fatto di sette salti quadrupli in partenza – troppi, forse, per essere gestiti in una notte olimpica – Malinin ha inforcato gli occhialini, nascosto il volto tra le mani e, tra le lacrime, ha confessato ai cronisti: «Sono sotto shock». E come potrebbe non esserlo, del resto, chi si vede crollare il mondo addosso nel giro di pochi, interminabili, minuti?
Il disastro tecnico è iniziato quasi subito, con il primo quadruplo Axel che da quadruplo si è trasformato in un semplice singolo, privando il programma del suo pezzo forte. Poi sono arrivate due cadute rovinose, quelle che non ti aspetti da uno come lui, errori grossolani che hanno rotto l’incantesimo e la musica, sostituiti dal tonfo sordo del sul ghiaccio. La tensione, quell’elettricità che si respirava negli spalti del Forum, lo ha tradito, ha tradito le aspettative di un mondo intero che si era sintonizzato per vederlo volare. E, cosa ancora più sorprendente, Malinin non è stato l’unico a cedere. La patologia del “libero maledetto” ha contagiato anche altri favoriti: Yuma Kagiyama, il giapponese che doveva essere il suo antagonista principale, ha sbagliato i primi due quadrupli salvando poi il programma grazie all’eleganza che gli è propria e che gli ha comunque garantito un argento di riparazione. Il francese Adam Siao Him Fa, altro papabile uomo podio, è finito fuori dalla zona medaglie, schiacciato dallo stesso peso di aspettative che ha dilaniato Malinin.
Mentre i favoriti inciampavano uno dopo l’altro, la serata più pazza del pattinaggio ha visto emergere chi, partito dietro, aveva meno da perdere e più da guadagnare. A trionfare, in mezzo a questo scenario apocalittico, è stato il kazako Mikhail Shaidorov, capace di firmare un programma libero da 198.64 punti con una serie di quadrupli eseguiti alla perfezione, dal Toeloop al Flip, mettendo in fila solo un piccolo errore sul Lutz. Shaidorov, con una rimonta netta e pulita, si è preso l’oro, scrivendo il suo nome nella storia di queste Olimpiadi e approfittando come nessun altro dello shock generale. Sul podio con lui, a completare una domenica di sangue nipponica, sono saliti i due giapponesi Kagiyama, argento, e Shun Sato, bronzo, quest’ultimo capace di un recupero mirabile dopo un nono posto nel corto.
L’ottavo posto di Malinin e l’onore di Grassl
Il verdetto finale, per l’americano, è impietoso: un ottavo posto che lo tiene lontano dal podio, salvato in extremis dall’essere davanti all’azzurro Daniel Grassl. Sì, perché l’altoatesino, che pure aveva chiuso il programma corto in quarta posizione regalando sogni di gloria all’Italia, ha dovuto accontentarsi del gradino più basso di questa classifica di consolazione. Con 170.25 punti nel libero, Grassl ha chiuso la sua prima finale olimpica individuale alle spalle di un Malinin irriconoscibile, raccogliendo comunque un’onorevole posizione in una gara che resterà nella memoria per i grandi nomi caduti e per il trionfo inaspettato di un kazako. E se la pressione non ha risparmiato nemmeno i più forti, per l’Italia resta la storica medaglia di bronzo conquistata nella gara a squadre, unico vero conforto in una serata che, da Milano, racconta la favola di Shaidorov e la tragedia sportiva di un ragazzo che aveva promesso di rivoluzionare il pattinaggio.




