Milano Cortina, il giorno in cui il “Quad God” è tornato umano
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Redazione Sport
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Il boato che il pubblico del Forum di Assago aveva preparato per lui, per il suo tripudio, si è spento in un silenzio carico di incredulità prima ancora di poter essere emesso. Era atteso come il dominatore assoluto, l’alieno capace di atterrare il quadruplo Axel con la stessa nonchalance con cui altri eseguono un doppio: Ilia Malinin, il ventunenne statunitense che aveva riscritto le leggi della gravità sul ghiaccio, si è invece prodotto in una prestazione che i tabloid americani, il giorno dopo, non hanno esitato a definire “devastante” -7. Di quel programma libero monstre, una scalata al limite delle possibilità umane che prevedeva sette salti quadrupli, ne sono rimasti in piedi solamente tre. Due cadute, nette, pesanti, e una serie di errori a catena hanno mandato in frantumi non solo il vantaggio accumulato nel programma corto, ma anche un biennio di dominio incontrastato, relegandolo a un amaro ottavo posto finale -3-7.
Mentre il kazako Mikhail Shaidorov, con lo sguardo lucido di chi non ha nulla da perdere, si impossessava di un oro insperato approfittando del vuoto lasciato dai big -10, Malinin raccoglieva i cocci della sua esibizione. L’uomo che aveva fatto della precisione meccanica il suo marchio di fabbrica, tanto da guadagnarsi il soprannome di "Quad God", si è sciolto come neve al sole sotto il peso di una pressione forse troppo a lungo nascosta dietro la maschera dell’imbattibilità. La riflessione, amara e sincera, è arrivata a caldo, nel dopogara: il nervosismo, ha spiegato, è stato semplicemente troppo grande, una marea di pensieri negativi che gli si sono affollati nella mente senza che riuscisse ad arginarli -7. Quasi una confessione, la sua, nell’ammettere che la testa, in quei lunghi minuti sul ghiaccio, non ha retto il confronto con la tecnica.
Il peso di una crescita in vetrina
Chi lo ha osservato nei giorni precedenti, durante le prove a porte aperte o nella trionfale vittoria a squadre, descriveva un atleta in stato di grazia, una macchina da guerra programmata per vincere -5-1. Ma la narrazione del campione imbattibile, dell’uomo che aveva portato il pattinaggio su un altro pianeta, si è improvvisamente infranta contro lo specchio della fragilità umana. Perché dietro al "Quad God" c'è un ragazzo cresciuto in una palestra di ghiaccio, dove ogni caloria e ogni ora di sonno vengono calibrate fin dall'infanzia per alimentare un sogno di perfezione assoluta. Un ragazzo che, mentre i coetanei vivevano spensieratezze, cadeva e si rialzava decine di volte su una superficie dura, cercando negli occhi dei genitori l’orgoglio che potesse ripagare di tanti sacrifici.
L’imprevedibilità del ghiaccio, giudice supremo
E mentre Malinin lottava con i suoi demoni, la gara scorreva inesorabile. I riflettori si sono accesi su altri, su quei pattinatori che, pur non potendo vantare il suo carnet di salti, hanno saputo interpretare al meglio la musica e l’anima di una disciplina spietata. Il giapponese Yuma Kagiyama, nonostante una caduta che poteva costargli cara, ha mostrato una solidità e una qualità di pattinaggio che gli sono valse l’argento, tenendo alti i colori del Giappone che con Shun Sato, autore di una rimonta strepitosa dalla nona alla terza piazza, ha piazzato due uomini sul podio -3-10. L’azzurro Daniel Grassl, quarto dopo il corto e con speranze di gloria, ha chiuso nono, frenato da alcuni errori e da una condizione fisica precaria a causa di un’intossicazione alimentare che ne ha limitato la performance -7. Il suo connazionale Matteo Rizzo, l’eroe del bronzo a squadre, ha invece concluso più indietro, in sedicesima posizione -10.
Un re senza corona, ma non senza dignità
L’eco dello choc si è propagata ben oltre i confini dell’Ice Skating Arena di Assago, rimbalzando sui media di tutto il mondo. Il New York Times e il Washington Post hanno parlato di "risultato devastante" e di "grande choc", fotografando la portata di una sconfitta inaspettata quanto clamorosa -7. Malinin, il ragazzo che aveva fatto del salto proibito il suo biglietto da visita, il primo e unico ad aver eseguito un quadruplo Axel in gara, lasciava Milano con l’ottavo posto e un pugno di lacrime amare -10. Una caduta, la sua, che non è stata solo fisica, ma anche e soprattutto interiore: la resa dei conti con un'idea di invincibilità che, evidentemente, era un castello costruito sulla sabbia. Per una sera, il dio del ghiaccio è ridisceso tra i comuni mortali, ricordando a tutti che sotto il costume luccicante e le coreografie studiategli a tavolino, batte un cuore umano, capace di tremare, proprio come quello di chi lo guarda dalle tribune.




