Il crollo del "Dio dei quadrupli" Malinin e la notte magica di Shaidorov: l’oro olimpico va al Kazakistan
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Redazione Sport
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Si sciolgono le certezze, sul ghiaccio del Forum di Assago, con la stessa rapidità con cui la brina svanisce ai primi raggi di un sole inaspettato. La finale del pattinaggio di figura maschile, cuore pulsante di queste Olimpiadi Invernali di Milano Cortina 2026, doveva essere la solenne incoronazione di Ilia Malinin, il ventunenne americano soprannominato “Quad God” per la sua inarrivabile capacità di domare i salti da quattro giri e mezzo. E invece no, perché lo sport, si sa, ama scrivere sceneggiature diverse da quelle previste, regalando spesso il palcoscenico a chi arriva da lontano, senza il peso di un atteso scettro tra le mani. È così che Mikhail Shaidorov, kazako, ventunenne anch’egli e con alle spalle un argento mondiale, si è preso la scena, regalando al suo paese – che non saliva sul gradino più alto del podio in una rassegna invernale dai tempi di Lillehammer 1994 – una notte che difficilmente dimenticherà.
Il peso di un trono di ghiaccio che non ha retto
L’aria all’interno dell’Ice Skating Arena era quella delle grandi occasioni, carica di aspettative, quando Malinin è scivolato sulla pista per il suo programma libero. Era partito con un vantaggio rassicurante dopo il corto, e il mondo, o gran parte di esso, si attendeva l’esecuzione di quel quadruplo axel che solo lui sa atterrare in competizione. Invece, la tensione, quella maledetta pressione che ti si appiccica addosso quando tutti si aspettano che tu vinca, ha giocato un brutto scherzo. Una caduta, poi un’altra, e il sogno si è frantumato in una serie di errori tecnici e di incertezze che lo hanno portato a un deludente 156.33 punti nel libero, un punteggio che vale l’ottava piazza finale, lontano anni luce da quel podio che sembrava doverlo abbracciare. L’immagine più potente, forse, non è stata la sua esibizione, ma ciò che è venuto dopo: il padre e allenatore, Roman Skornyakov, seduto con la testa tra le mani, incapace di reagire, come in un dipinto in cui la sconfitta ha le sembianze di un silenzio irreparabile. Un copione, questo, che ha ricordato a molti le parole di Carolina Kostner, presente a bordo pista nel suo doppio ruolo di commentatrice Eurosport e mentore del giapponese Yuma Kagiyama. Proprio lei, che di cadute e rinascite se ne intende, aveva parlato nei giorni scorsi di come Malinin, prima o poi, avrebbe dovuto fare i conti con la possibilità di scivolare, di doversi “ricucire le ali” dopo un volo troppo alto. E così è stato.
Shaidorov, il principe venuto dalla steppa
Mentre il favorito affondava, qualcun altro costruiva la propria leggenda. Mikhail Shaidorov, quinto dopo il programma corto, ha pattinato con una libertà mentale che solo chi non ha nulla da perdere possiede. La sua interpretazione su musiche di Dimash Qudaibergen è stata tecnicamente perfetta, un susseguirsi di elementi di altissima difficoltà – dal quadruplo lutz al flip, passando per combinazioni da manuale – che gli hanno fruttato il miglior punteggio della sera, 198.64, e un totale di 291.58 che lo proiettava dritto verso la storia. Nessun errore, nessuna esitazione: solo la determinazione di chi vede il traguardo e non lo molla più. E quando il verdetto è arrivato, e la bandiera del Kazakistan è stata issata, i suoi occhi si sono riempiti di lacrime, e con lui un intero popolo. Una storia meravigliosa, di quelle che lo sport regala quando meno te lo aspetti, dove l’outsider diventa re e le gerarchie consolidate si sgretolano come ghiaccio al sole. Alle sue spalle, a completare un podio dai colori inaspettati, due giapponesi: Yuma Kagiyama, che nonostante una caduta iniziale ha saputo reagire portando a casa l’argento, e Shun Sato, balzato dal nono posto al bronzo grazie a un libero sontuoso, approfittando del vuoto lasciato dagli dei caduti.




