Il crollo del dio dei quadrupli: Malinin e quel rapporto con il padre-allenatore finito sotto la lente d‘ingrandimento
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Sport
-
Il figlio guarda il padre, ma il padre — in un gesto che è già diventato l’immagine simbolo di una delle serate più difficili di questi Giochi — tiene la testa bassa, con le mani piantate tra i capelli, quasi a volersi proteggere da un verdetto che per lui, per loro, suona come una condanna. La giuria aveva appena emesso il suo giudizio sul programma libero di Ilia Malinin, quel 156,33 punti che lo sprofondavano al quindicesimo posto parziale e, in classifica generale, all’ottava posizione. Fuori dal podio, lontano da quel trono da predestinato su cui il mondo del pattinaggio lo aveva già incoronato, il ventunenne soprannominato “Quad God” per la sua capacità di piantare quadrupli a ripetizione come chiodi in una tavola si è sciolto, letteralmente, come il ghiaccio sotto le sue lame. E se la caduta tecnica, con due capitomboli rovinosi durante l’esibizione, ha dell’incredibile per chi lo aveva reso imbattibile negli ultimi tre anni, è la scena successiva, quella immortalata nel cosiddetto kiss and cry -1, a raccontare la vera complessità della vicenda.
Perché Roman Skorniakov, il padre, non è solo un genitore in tribuna: è il suo allenatore, insieme alla moglie Tatiana Malinina, colei che ha dato il cognome al figlio per timore che quello paterno, troppo russo, potesse essere d’intralcio in America. Una dinamica familiare che si consuma sul ghiaccio e che, nella sconfitta, mostra tutte le sue crepe. Invece di un abbraccio, invece di un conforto immediato per quel ragazzo che aveva appena visto infrangersi il sogno di una vita, il padre si lascia andare a un gesto di disperazione personale, quasi egoistico, che il web non ha tardato a giudicare con severità. E se alcuni parlano di pressione eccessiva, di aspettative cucite addosso a un atleta sin da bambino da chi quei Giochi li aveva vissuti senza gloria (Skorniakov diciannovesimo a Nagano e Salt Lake City, Malinina ottava nel ‘98, proprio come Ilia a Milano) -1-3, c’è un retroscena social che rende il quadro ancora più nitido e, per certi versi, struggente.
Qualche tempo fa, Malinin aveva pubblicato e poi prontamente cancellato un messaggio su TikTok. Una frase, una sola, che suonava come una risposta a un’ipotetica domanda su cosa scriverebbe in un libro dedicato al padre: “Niente fa più male che cercare di fare del tuo meglio e non essere comunque abbastanza”. Parole velate, certo, ma che lette oggi, alla luce di quella foto e di quel verdetto, assumono il peso di un macigno. Il ragazzo che ha rivoluzionato la disciplina, l’unico capace di atterrare un quadruplo axel in gara e di eseguire un backflip su una sola lama, si è scoperto fragile proprio sotto il peso di quelle aspettative che forse, più che sue, erano il riflesso di un sogno familiare -3. Non a caso, in un’intervista pre-olimpica, aveva confessato di aver pensato al calcio da bambino, salvo poi abbandonare l’idea perché i genitori non avevano tempo di accompagnarlo agli allenamenti. Il ghiaccio, per Malinin, è stato un destino segnato più che una scelta -5.
A certificare lo stato d’animo del campione ci hanno pensato le sue stesse parole, rilasciate a caldo con una lucidità che ha quasi del sorprendente. “Mi sono sentito sopraffatto”, ha ammesso parlando con i giornalisti, “come se non fossi più padrone di niente: né dei salti, né delle emozioni, né del programma”. Una confessione che fotografa alla perfezione lo stato di confusione mentale in cui è scivolato durante quei quattro minuti al Forum di Assago, ribattezzato per l’occasione Ice Skating Arena. E mentre lui lottava con i propri demoni, sul ghiaccio accadeva l’impensabile: il kazako Mikhail Shaidorov, partito con la quinta piazza dopo lo short program, infilava una performance perfetta, strappando l’oro e regalando al suo Paese una gioia inaspettata, di quelle che, come si dice nell’ambiente, scolpiscono la leggenda dello sport




