Il crollo di Malinin a Milano-Cortina, il dio dei quadrupli tradisce sé stesso e le attese

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Redazione Sport Redazione Sport   -   C’era una volta, e fino a venerdì sera, la certezza assoluta che Ilia Malinin avrebbe messo in cassaforte la medaglia d’oro olimpica nel pattinaggio di figura. Il ventunenne americano, colui che è stato ribattezzato “il dio dei quadrupli” per la mostruosa facilità con cui esegue salti proibitivi persino da descrivere – su tutti quel quadruplo Axel che in molti considerano ancora un miraggio – è invece crollato sotto il peso di una tensione che, evidentemente, nemmeno i fuoriclasse assoluti sanno sempre gestire. Sul ghiaccio del Forum di Assago, trasformato per l’occasione nella Milano Ice Skating Arena, il programma libero che doveva essere la sua apoteosi si è trasformato in un calvario durato pochi minuti, ma che resterà negli annali come una delle debacle più clamorose della storia dei Giochi invernali. Dopo aver dominato il programma corto con un margine rassicurante, Malinin ha eseguito appena tre dei sette salti quadrupli che aveva inserito in tabella di marcia: il resto sono state cadute – due quelle vistosamente rovinose – errori in fase di atterraggio, aperture e rotazioni mancate -1-3. Il risultato finale, un ottavo posto che sa di beffa e quel punteggio di 156.33 nel libero che lo hanno relegato lontano dal podio, raccontano di una notte in cui il ghiaccio, da alleato, si è fatto nemico -1-4.

A vincere, e lo ha fatto con l’autorevolezza di chi non strafà ma esegue con precisione quasi maniacale, è stato il kazako Mikhail Shaidorov, capace di approfittare come nessun altro del patatrac generale che ha coinvolto i big -3. Perché se Malinin è sprofondato, anche altri atleti di vertice hanno accusato il colpo: il francese Adam Siao Him Fa è precipitato al settimo posto, e l’azzurro Daniel Grassl – partito quarto dopo il corto – ha chiuso nono, condizionato anche da un’intossicazione alimentare che ne ha minato le residue speranze di rimonta -7-8. Tra gli applausi e le lacrime, a salire sul gradino più alto del podio è stato un ragazzo di Almaty che, con cinque quadrupli puliti e senza la minima sbavatura, ha realizzato il sogno olimpico mentre il favorito numero uno affogava nei suoi stessi pensieri negativi. Il giapponese Yuma Kagiyama, assistito a bordo pista da Carolina Kostner, si è preso un argento prezioso, e il bronzo è andato all’altro nipponico Shun Sato, a completare un podio che alla vigilia appariva persino improbabile -3-8.

Dopo la gara, Malinin ha provato a raccontare l’inaccettabile, e lo ha fatto con una sincerità che lascia intravedere quanto sia complesso il confine tra la sicurezza del campione e la fragilità dell’essere umano. “Non è una sensazione piacevole e, onestamente, sto ancora cercando di capire cosa sia successo”, ha dichiarato incredulo ai microfoni, mentre gli occhi rossi tradivano una notte di pianto -1. Ha parlato di una pressione opprimente, di una gestione emotiva che gli è sfuggita di mano ancor prima di assumere la posa di partenza, di pensieri negativi che gli si sono affollati nella mente senza che riuscisse a trovare un interruttore per spegnerli -1-7. Ha persino accennato, salvo ritrattarlo come una scusa, a una condizione del ghiaccio non ottimale, ma il punto centrale è un altro: il fuoriclasse che aveva vinto tutto negli ultimi due anni, che aveva infranto record su record con una disinvoltura che faceva rabbrividire gli avversari, si è sciolto come neve al sole nel momento più importante -4.

A offrire una chiave di lettura, quasi poetica ma al contempo tecnica, è arrivata la voce di chi quel tipo di pressione l’ha vissuta sulla propria pelle. Carolina Kostner, bronzo olimpico a Sochi nel 2014 e ora consulente tecnico per Kagiyama oltre che volto di Eurosport, ha visto da bordo pista l’annichilimento del campione americano -2. E le sue parole, riportate dagli organi di stampa presenti, suonano come una carezza e insieme come un monito: “Malinin capirà che si può scivolare, adesso deve ricucirsi le ali”. Un’immagine potente, quella della pattinatrice altoatesina, che alla sua prima Olimpiade in casa a Torino nel 2006 cadde ripetutamente davanti al pubblico amico per poi rialzarsi e costruire una carriera leggendaria -2. La sua presenza a questi Giochi, chiusi con un argento al collo del suo assistito e un bronzo nel team event con l’Italia, le conferisce un’autorità morale e tecnica che pochi possono vantare: lei sa cosa significa finire a terra, e sa anche cosa serve per rialzarsi.

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