Malinin, la caduta e quel post cancellato: “Non sono mai abbastanza” per un padre-allenatore che non lo abbraccia

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Redazione Sport Redazione Sport   -   C’è una fotografia, scattata un attimo dopo il verdetto, che restituisce meglio di qualsiasi cronaca l’intera essenza del dramma sportivo andato in scena al Forum di Assago. Il figlio, Ilia Malinin, il cosiddetto “dio dei quadrupli” su cui mezzo mondo aveva già appeso la medaglia d’oro, cerca con lo sguardo il padre. E il padre, Roman Skorniakov, che quel figlio lo allena insieme alla moglie Tatiana Malinina, tiene la testa bassa e le mani affondate nei capelli. Non c’è un abbraccio, in quella immagine che ha fatto il giro del mondo, non c’è un gesto di conforto per il ragazzo di ventun anni appena compiuti che in quel momento, sul ghiaccio dell’Ice Skating Arena, aveva appena visto polverizzarsi il sogno di una vita. C’è solo la disperazione per un risultato sfumato, per un oro che sembrava dovuto e che invece si è sciolto come neve al sole, lasciando spazio all’incredibile favola del kazako Mikhail Shaidorov -1.

Per capire cosa sia realmente successo in quella che è stata definita la notte più folle di queste Olimpiadi Invernali di Milano Cortina, forse, bisogna partire da lontano. O meglio, da un messaggio comparso e poi prontamente cancellato sul profilo TikTok del campione americano. Poche righe, una risposta a una domanda ipotetica: “Se dovessi scrivere un libro su tuo padre, quale sarebbe l’ultima frase?”. E la risposta di Malinin, gelida e spietata nella sua sincerità: “Niente fa più male che cercare di fare del tuo meglio e non essere comunque abbastanza” -1. Una frase che getta una luce sinistra sul rapporto con i genitori-allenatori, un’arma a doppio taglio che in questo caso si è ritorta contro entrambi. Perché se è vero che la pressione delle Olimpiadi può schiacciare chiunque – e lo dimostrano le cadute a catena che hanno falcidiato anche Yuma Kagiyama, Adam Siao Him Fa e Shun Sato – è altrettanto vero che per Malinin il peso da sopportare era duplice: quello di un’intera nazione che lo voleva sul trono e quello di una famiglia che forse in quel trono ci aveva investito troppe aspettative.

L’oro di Shaidorov e il ruolo di Carolina Kostner tra i protagonisti di una serata da antologia

Mentre il favorito numero uno si sgretolava, chi è riuscito a mantenere i nervi saldi ha scritto la pagina più bella della propria carriera. Mikhail Shaidorov, il ventunenne di Almaty che molti ricordavano per il costume ispirato a Dune nel programma corto, ha pattinato con una libertà mentale che gli altri, appesantiti dalle aspettative, avevano smarrito. Le sue lacrime a bordo pista, mentre stringeva un peluche e realizzava di aver vinto il primo oro nella storia del Kazakistan ai Giochi invernali dopo trentadue anni, sono state l’esatta antitesi della disperazione silenziosa di Malinin -4-8. E in mezzo a questo turbine di emozioni, c’è stata anche una piccola grande vittoria tutta italiana, o meglio, italiana di adozione. Carolina Kostner, che in questi Giochi ricopre il ruolo di opinionista per Eurosport oltre che di tecnica delle Fiamme Azzurre, ha potuto gioire due volte. La prima, grazie all’argento del giapponese Yuma Kagiyama, che lei segue da vicino come coach; la seconda, con il bronzo conquistato da Shun Sato, un podio pesantissimo per il Giappone e una soddisfazione immensa per chi, come la Kostner, sa bene cosa significhi convivere con la tensione olimpica. Un argento e un bronzo che profumano di rivincita, in una serata in cui i favori del pronostico sono saltati uno dopo l’altro.

Il peso della pressione e quel verdetto di 156,33 che ha riscritto la storia

Il dato nudo e crudo, quello che resta impresso nei tabellini, dice che Malinin ha chiuso il programma libero con 156,33 punti, quindicesimo punteggio di serata, scivolando in ottava posizione assoluta. Per uno che aveva rivoluzionato la fisica del pattinaggio, l’inventore del quadruplo axel, colui che aveva vinto tutto nei tre anni precedenti, è un tracollo difficile da razionalizzare -3. Lui stesso, a freddo, ha parlato di una sensazione di essere stato “sopraffatto”, di non riuscire più a essere padrone dei propri salti, delle proprie emozioni, del programma -6. E in tribuna, a osservare attonita, c’era anche Simone Biles, un’atleta che di traumi olimpici e di “perdita di connessione” con il proprio e la propria mente se ne intende, avendoli vissuti sulla propria pelle a Tokyo. I paragoni con altre cadute illustri – dalla Vinci che batté Serena Williams agli universali americani che umiliarono l’Urss – sono inevitabili, ma forse non sufficienti a spiegare la complessità di un rapporto, quello con i genitori-allenatori, che la psicanalista Marcella Marcone ha letto come una possibile “prigione” più che come un momento di libertà e indipendenza -1.

Il padre, Roman, ex pattinatore ventiduesimo ai Giochi, e la madre, Tatiana, ottava a Nagano ‘98 – lo stesso piazzamento di Ilia a Milano –, hanno costruito un campione, ma forse, in quel gesto di disperazione solitaria mostrato in mondovisione, hanno dimenticato di vedere il figlio. Il post cancellato su TikTok, quella richiesta d’aiuto velata ma potentissima, suona oggi come un’epigrafe. In una notte in cui le stelle del pattinaggio sono precipitate tutte, una dopo l’altra, la più brillante si è spenta non per un errore tecnico, ma per il peso di non sentirsi mai, comunque, abbastanza.

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