Il crollo del "dio dei quadrupli": Malinin fuori dal podio, lacrime e rimpianti a Milano-Cortina

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Il boato che doveva consacrarlo si è trasformato in un silenzio attonito, di quelli che ti gelano il sangue e ti fanno capire, in un istante, che la storia che avevi scritto nella testa non si realizzerà mai. È successo ieri sera alla Milano Ice Skating Arena, quando Ilia Malinin, il ventunenne statunitense che aveva letteralmente riscritto le leggi della fisica sul ghiaccio con i suoi salti quadrupli – quel famoso quadruplo Axel che sembrava un biglietto da sola andata per l’immortalità – si è dovuto arrendere alla pressione dei suoi primi Giochi Olimpici -1. Il superfavorito della vigilia, l’uomo che aveva vinto tutto ciò che c’era da vincere nelle ultime tre stagioni tra mondiali e finali di Grand Prix, ha chiuso la sua gara individuale in ottava posizione, letteralmente divorato dall’emozione e da un carico di aspettative che, con il senno di poi, apparivano forse già sproporzionate per chiunque, anche per un predestinato -5-8. “Tutta la pressione, tutti i media, sto ancora cercando di capire cosa sia successo di preciso, ma so che è finita e non posso cambiare il risultato”, ha mormorato tra le lacrime il giovane campione, visibilmente scosso e incapace di elaborare una serataccia che lo ha visto sbagliare in successione tutti e sette i quadrupli previsti in programma, cadendo rovinosamente per ben due volte su quella superficie che fino a pochi mesi prima sembrava dominare con la nonchalance dei predestinati -1-4.

Mentre il pubblico presente, sugli spalti affollatissimi del Forum di Assago dove per lui era arrivata persino la ginnasta Simone Biles, undici medaglie olimpiche in carriera, assisteva impotente al naufragio del proprio idolo, il kazako Mikhail Shaidorov approfittava del blackout generale – perché anche altri big come il francese Adam Siao Him Fa e il giapponese Yuma Kagiyama hanno steccato la prova – per mettersi al collo un oro insperato -1-3. Per Malinin, che aveva già vinto l’oro a squadre nei giorni precedenti, questa doveva essere la notte della consacrazione definitiva, quella in cui mettere nero su bianco un dominio tecnico che non ha eguali nella storia di questo sport: parlano chiaro i due titoli mondiali consecutivi, i tre Grand Prix e i quattro campionati nazionali vinti, numeri che lo avevano proiettato nell’olimpo dei grandissimi ancor prima di compiere ventidue anni -8-10. E invece, come spesso accade in una rassegna a cinque cerchi, la variabile mentale ha preso il sopravvento sulla perfezione atletica.

Il peso della corona, tra errori tecnici e tormenti interiori

Non è stato soltanto un problema di gambe o di quelle lame che all’improvviso si rifiutano di collaborare, ma qualcosa di più profondo e radicato, come lo stesso interessato ha poi cercato di spiegare a caldo nell’immediato post-gara, seduto su quel divanetto del kiss and cry che è diventato il palcoscenico della sua più grande delusione sportiva. “Mi sentivo davvero bene durante il giorno, pensavo di essere pronto, ma poi in quel momento non solo ero nervoso, ma forse anche il ghiaccio non era nelle condizioni migliori”, ha dichiarato il diretto interessato, salvo poi correggersi quasi subito per evitare facili alibi, aggiungendo che non è una scusa valida perché tutti si trovavano nella stessa situazione -4-10. La verità, probabilmente molto più cruda e semplice, è che i pensieri negativi – come li ha definiti lui stesso con una onestà intellettuale che commuove – gli si sono affollati dentro la testa senza che riuscisse a gestirli, un cortocircuito emotivo che ha trasformato il programma più volte eseguito in allenamento in una sequenza di errori banali e cadute fragorose -4-10. Nel libero, che prevedeva sette quadrupli tra cui il mitologico Axel, ha aperto i salti, doppiato combinazioni che dovevano essere triple e perso completamente la sincronia con la musica, tanto che persino il backflip finale, quel salto all’indietro recentemente riabilitato dalla federazione, è apparso più come un gesto disperato che come un’acrobazia vincente -3-8.

La critica specializzata americana, che lo aveva osannato e promosso a icona ancor prima di vederlo gareggiare, parla di “risultato devastante” e di “shock”, sollevando più di un interrogativo su come sia stato gestito il carico mediatico su un ragazzo così giovane -4. Il riferimento, neanche troppo velato, va a quanto accaduto in passato con altri fuoriclasse a stelle e strisce come Nathan Chen a PyeongChang 2018, finito anch’egli quarto da favoritissimo, o la stessa Simone Biles a Tokyo, che per tutelare la propria salute mentale si ritirò da più finali -2. In tribuna, per l’appunto, c’era anche la Biles a seguire la gara, e il parallelo con la sua esperienza nipponica è parso subito evidente a molti commentatori d’oltreoceano, i quali hanno sottolineato come la copertura della NBC, che aveva letteralmente costruito la narrazione di questi Giochi attorno alla figura di Malinin, possa aver giocato un ruolo nel sovraccarico di pressione -2. “Ho sbagliato – ha confessato Malinin ai microfoni della stessa emittente – questa è onestamente la prima cosa che mi è venuta in mente, non c’è modo che sia appena successo. Mi sono preparato per tutta la stagione, mi sentivo così sicuro dei miei programmi, e poi tutto è successo. Non ho parole” -2.

L’outsider kazako e il Giappone sul podio: Shaidorov nella storia

Mentre il dio dei quadrupli piangeva la sua disfatta, sul gradino più alto del podio saliva un ragazzo di Almaty di ventun anni, Mikhail Shaidorov, che con un punteggio complessivo di 291.58 ha approfittato come nessun altro del caos generale -1. Già argento mondiale in passato, Shaidorov ha pattinato pulito, senza strafare – solo cinque quadrupli – ma con una continuità e una pulizia che hanno impressionato i giudici, regalando al Kazakistan il primo oro olimpico in questi Giochi invernali -1-3. Alle sue spalle, a completare un podio che profuma di rivincita e resilienza, due giapponesi: Yuma Kagiyama, che nonostante una caduta è riuscito a strappare l’argento con 280.06 punti, e Shun Sato, bronzo insperato fino a pochi minuti prima del suo libero -1-3. Per Kagiyama, assistito a bordo pista da Carolina Kostner, il peso dei cinque cerchi si è fatto sentire eccome, ma la sua esperienza internazionale gli ha permesso di limitare i danni e di salire comunque sul secondo gradino del podio, aggrappandosi a quelle note di Vincerò che hanno accompagnato il suo programma -1-3. Per l’Italia, invece, la serata si è chiusa con un mezzo sorriso e tanta amarezza: Daniel Grassl, quarto dopo il corto e in piena corsa per un podio che sembrava alla portata, ha pagato a caro prezzo alcune imperfezioni e forse anche una intossicazione alimentare che lo aveva debilitato, chiudendo nono, mentre Matteo Rizzo ha terminato al sedicesimo posto -1-4. “Avevo pensato di non partecipare perché senza forze, ma ho deciso di fare il possibile”, ha dichiarato Grassl a fine gara, spiegando le difficili condizioni in cui è sceso in pista -4.

L’Olimpiade italiana, insomma, insegna a Malinin e a tutti coloro che seguono lo sport che la variabile umana, quella fatta di emozioni, paure e fragilità, non può mai essere messa del tutto in equazione. Il ragazzo che aveva sfidato la fisica e vinto, capace di volare a ottanta centimetri dal ghiaccio, è tornato improvvisamente con i piedi per terra, schiantato da un peso probabilmente troppo grande per le sue spalle ancora giovani, seppur fortissime -1-3. La sua Olimpiade non si chiude a mani vuote, perché l’oro a squadre è comunque al collo, ma la sconfitta individuale lascia il segno e pone interrogativi sul futuro, su come si rialzerà un campione abituato a vincere sempre e che ora deve fare i conti con la sconfitta più amara, quella che arriva quando nessuno, a partire da sé stesso, se la sarebbe mai aspettata.

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