Il fratello di James Van Der Beek: “Era la mia persona, ora so cosa significa il crepacuore”
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Redazione Cultura e Spettacolo
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C’è un dolore che non cerca spiegazioni, e che anzi si manifesta nella sua forma più cruda attraverso il tentativo, quasi disperato, di dare un ordine ai ricordi. Jared Van Der Beek, fratello minore di James, l’attore scomparso lo scorso 11 febbraio all’età di quarantotto anni dopo aver combattuto contro un tumore al colon-retto, ha scelto Instagram per condividere il vuoto lasciato da quel legame che lui stesso definisce, con una semplicità che lascia senza fiato, “speciale”. Un carosello di fotografie private, scattate in momenti diversi e in circostanze lontane dai riflettori, fa da contrappunto visivo a un testo lungo, intimo, attraversato da una sofferenza che non conosce filtri. La data impressa su uno degli scatti, il 13 giugno 2010, è quella del giorno della sua laurea: Jared è in toga e James è lì, al suo fianco, a sorridere. Una testimonianza silenziosa di una presenza costante, di quelle che non hanno bisogno di dichiarazioni. Il post si apre con la constatazione di una frattura: “Esiste un legame speciale tra fratelli e due giorni fa, quel legame fisico si è spezzato”.
La rivelazione di un dolore che si fa fisico, tra la memoria di un fratello maggiore e il sostegno inaspettato di chi resta
Jared scrive di aver compreso solo ora il significato profondo di un termine, “crepacuore”, che fino a poco tempo fa poteva sembrare soltanto una metafora letteraria. “C’è una sensazione di devastazione e dolore che scorre così in fondo al cuore”, confessa, e in questa ammissione c’è lo stupore amaro di chi scopre sulla propria pelle che il lutto non è solo un’assenza mentale, ma qualcosa che si manifesta con un peso fisico, in grado di occupare ogni spazio. Un’ammissione, la sua, che getta luce su un rapporto che andava ben oltre la semplice parentela: James, per Jared, era “la mia persona”, il punto di riferimento ineludibile, quello a cui ci si rivolge “per qualsiasi cosa”. Un’ammirazione che nasce da lontano, “da quando sono nato”, e che si fonda su una certezza incrollabile, mai venuta meno nonostante le traiettorie diverse che le vite possono prendere: la consapevolezza che lui ci sarebbe sempre stato, ogni volta che ce ne fosse stato bisogno.
Il racconto di Jared si sofferma poi su un aspetto particolare, quasi paradossale, della sua elaborazione del lutto. La lettura dei messaggi e la vista dell’affetto che in questi giorni sta tracimando dai canali social e dalle testate di tutto il mondo, non si trasformano in un ulteriore peso, ma diventano una sorprendente fonte di conforto. Ciò che lo colpisce, e che tiene a sottolineare con una precisione che rivela quanto ci abbia riflettuto, è che l’impatto di James sulle persone non sia stato determinato da qualcosa che ha fatto, dai ruoli che ha interpretato o dal successo professionale ottenuto. Il senso di quelle testimonianze, invece, si concentra tutto su chi fosse, sulla sua essenza più profonda. “Ha parlato con il cuore aperto e con il suo essere così saggio”, scrive Jared, restituendo l’immagine di un uomo la cui cifra distintiva era la capacità di comunicare con autenticità, di condividere senza filtri una saggezza che evidentemente non apparteneva solo ai personaggi che interpretava.
La gratitudine per chi ha accompagnato il passaggio e la promessa di una presenza che sopravvive alla perdita fisica
In questo flusso di coscienza che prende la forma di una lettera pubblica, Jared trova anche lo spazio per ringraziare. Lo fa senza retorica, con una gratitudine che appare genuina e misurata, rivolta a due categorie ben distinte di persone. Da un lato, tutti coloro che in queste ore hanno “teso la mano”, chi con un messaggio, chi con una preghiera, chi semplicemente facendo sapere di essere lì, presenti in quel limbo di sospensione che segue una perdita. Dall’altro, e qui il dettaglio diventa più intimo, ringrazia “tutti coloro che conosciuti e sconosciuti hanno aiutato il suo passaggio per essere il più bello possibile”. Un riferimento, questo, a chi lo ha assistito nelle ultime settimane e nei momenti finali, una “comunità” – nel senso più autentico e ristretto del termine – che ha operato nell’ombra per rendere dignitoso e sereno l’ultimo tratto di strada. Un passaggio che sposta il focus dalla dimensione pubblica della celebrità a quella privata, concreta, fatta di piccoli grandi gesti di umanità.
La chiusa del messaggio è un congedo che, nella sua struttura, nega se stesso. Jared si rivolge direttamente a James, chiamandolo per nome in un dialogo che la morte non ha interrotto. “Già mi manca il tuo essere fisico e le tue parole di saggezza al telefono”, ammette, e in questa mancanza c’è tutta la concretezza di un rapporto fatto di telefonate e di consigli, di una quotidianità condivisa anche a distanza. Ma subito dopo, quasi a correggere il tiro di una disperazione che potrebbe diventare assoluta, aggiunge: “Eppure, sento anche la tua presenza così forte e so che continuerai a guidarmi”. Non è solo una speranza, ma una certezza che trasforma il lutto in una nuova forma di legame, in cui la guida e l’esempio sopravvivono alla presenza fisica. Un “grazie per aver vissuto la tua vita con me” che suona come il riconoscimento di un dono ricevuto e che, nelle sue parole finali – un “Ti amo” ripetuto due volte, quasi per scolpirlo nell’etere – trova la sua più semplice e potente sintesi.




