Gaza, traumi e malnutrizione: "Ci vorranno generazioni per curare queste ferite"
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Redazione Salute
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"Si parla di bambini che non vanno a scuola, che a tre anni hanno la responsabilità di fare la fila per l’acqua". Aurelia Barbieri, psicologa di Medici Senza Frontiere appena rientrata da Khan Younis, non nasconde la gravità di ciò che ha visto. Nella sua testimonianza, anticipata da Tg2 Storie, descrive una realtà in cui i più piccoli, privati dell’infanzia, crescono tra bombe e privazioni, con traumi che, secondo gli esperti, richiederanno decenni per essere elaborati.
A Gaza City, dove i bombardamenti non si fermano neanche di notte, il tempo sembra dilatarsi. "La notte vedi le cose con una prospettiva diversa", racconta un operatore umanitario, che parla di un panorama "surreale", quasi cinematografico, eppure tragicamente reale. Undici anni fa, quello stesso quartiere era vivace; oggi è un cumulo di macerie, con ospedali colpiti e strade deserte. Solo nell’ultima settimana, dieci strutture sanitarie sono state attaccate, mentre a Sabra una strage ha ucciso quindici persone.
L’ospedale Nasser di Khan Younis, il più grande della Striscia, è sull’orlo del collasso. L’esercito israeliano ne ha bloccato l’accesso a pazienti e medici, e il direttore, Atef al-Hout, denuncia l’intensificarsi degli attacchi. Se la struttura dovesse chiudere, sarebbe un disastro per migliaia di civili già allo stremo. Intanto, a Deir al Balah, Giorgio Monti, coordinatore di Emergency, lancia l’allarme sulla malnutrizione infantile: "È una condizione nuova in quest’area, e sta diventando drammatica". I bambini arrivano in ospedale dopo giorni senza cibo, mentre scarseggiano medicine e acqua pulita, con il rischio concreto di epidemie come il colera




