L’attacco israeliano al polo petrolchimico di South Pars e l’uccisione del capo dell’intelligence dei pasdaran

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Le Forze armate israeliane hanno rivendicato la paternità dell’attacco, portato avanti nella notte, contro il complesso petrolchimico di Asaluyeh, cuore pulsante dell’industria energetica iraniana e nodo strategico legato al gigantesco giacimento di South Pars. A confermare l’operazione, come riportato dall’agenzia di stampa iraniana Fars, è stato il ministro della Difesa Israel Katz, il quale ha descritto l’azione come un colpo inferto con “forza” al più grande impianto del Paese, un obiettivo, ha aggiunto, che da solo garantisce circa la metà dell’intera produzione petrolchimica nazionale. La scelta del bersaglio non è casuale, anzi, si inserisce in una precisa strategia di logoramento delle infrastrutture economiche che, secondo fonti locali, ha già provocato incendi e black out nelle aree circostanti a causa dei danni alle centrali di alimentazione.

Il conto delle vittime si alza tra le macerie di Teheran e Qom

Mentre i riflettori internazionali erano puntati sull’impianto di South Pars, un’altra ondata di raid ha seminato morte e distruzione nelle aree urbane, colpendo duramente la capitale e la provincia di Qom. Le immagini diffuse nella giornata di lunedì dalla Mezzaluna Rossa iraniana mostrano soccorritori che si muovono tra cumuli di macerie e palazzi scheletriti, impegnati in una corsa contro il tempo per estrarre eventuali sopravvissuti. Tra le vittime accertate di questa escalation, che ha visto un’impennata di violenza proprio nel giorno in cui diplomatici egiziani, pakistani e turchi tentavano di promuovere un nuovo cessate il fuoco di 45 giorni tra Washington e Teheran, figurano due comandanti di alto rango dei pasdaran. L’eliminazione del generale Majid Khademi, responsabile dell’intelligence della Guardia Rivoluzionaria con un incarico iniziato poco più di un anno fa, rappresenta un duro colpo per l’apparato di sicurezza della Repubblica Islamica, già provato da una serie di uccisioni mirate attribuite ai servizi israeliani.

I raid mirati decapitano i vertici dell’intelligence e delle forze speciali

La conferma ufficiale della morte di Khademi è arrivata sia dai media statali iraniani, che ne hanno elogiato il ruolo nella lotta “contro ogni cospirazione”, sia dallo stesso Katz, il quale ha aggiunto un altro nome illustre alla lista dei bersagli centrati. Oltre al capo dell’intelligence, le forze israeliane hanno dichiarato di aver ucciso Asghar Bakeri, il comandante dell’unità sotto copertura della Forza Quds, l’ala militare dei pasdaran dedicata alle operazioni extraterritoriali. I portavoce militari hanno giustificato l’operazione definendo Bakeri una minaccia concreta, accusato di aver pianificato azioni contro obiettivi israeliani e americani in Medio Oriente. Questi omicidi mirati, descritti da Israele come una “caccia” senza tregua ai leader del “regime del terrore”, rischiano di vanificare qualsiasi tentativo di distensione, specialmente alla luce delle recenti minacce pubbliche del presidente americano Trump, che ha fissato un nuovo ultimatum per la riapertura dello Stretto di Hormuz, promettendo di colpire centrali elettriche e ponti in caso di mancato accordo.

La strategia energetica come campo di battaglia economico

La scelta di colpire nuovamente South Pars, già oggetto di un raid a marzo che aveva scatenato dure rappresaglie iraniane contro i Paesi del Golfo, dimostra come l’energia sia diventata un’arma a tutti gli effetti. Non si tratta solo di danneggiare la capacità di esportazione, ma di paralizzare il sistema economico interno, dato che il giacimento è fondamentale per l’alimentazione delle reti elettriche e il riscaldamento domestico. Le conseguenze di questi attacchi si riverberano ben oltre i confini della Repubblica Islamica; i mercati petroliferi, in attesa di capire se lo stretto verrà effettivamente bloccato, mostrano una volatilità estrema, mentre i Paesi vicini, come Kuwait ed Emirati Arabi, sono stati costretti ad attivare le difese aeree per intercettare i proiettili diretti. In questo scenario, le parole del primo ministro Benjamin Netanyahu risuonano come una dichiarazione di intenti: smantellare sistematicamente la “macchina dei soldi” che finanzia le attività delle Guardie Rivoluzionarie.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.