Piazza Affari chiude in forte rosso, tonfo di Nexi e Amplifon. Petrolio e gas alle stelle per la guerra

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Il tentativo di rimbalzo, intrapreso dai mercati azionari nelle prime battute di una seduta che si presentava quanto mai incerta, è naufragato nel corso del pomeriggio, travolto dalla rinnovata ondata di vendite che ha riportato l'indice milanese e le altre principali piazze finanziarie europee in territorio ampiamente negativo. L'attenzione degli investitori, fatta salva la caccia ai pochi spunti positivi arrivati dalle trimestrali di alcune società, è tornata a concentrarsi quasi esclusivamente sull'evoluzione del conflitto in Medio Oriente, con il sesto giorno di guerra che segna un'impennata dei prezzi delle materie prime energetiche e, di riflesso, alimenta i timori per una ripresa dell'inflazione tale da poter condizionare le future decisioni delle banche centrali in materia di tassi di interesse.

Il FTSE Mib, dopo aver oscillato attorno alla parità per diverse ore, ha chiuso la giornata con un calo dell'1,61% portandosi a 44.608,55 punti, un dato che fotografa inequivocabilmente la difficoltà del listino nel trovare una direzione stabile in un contesto geopolitico tanto deteriorato. A caratterizzare la seduta è stato soprattutto il doppio e contrapposto respiro che ha animato i diversi comparti e i singoli titoli, con performance che non hanno lasciato spazio a mezze misure: da un lato i crolli verticali di Nexi e Amplifon, dall'altro i decisi rialzi di Campari e STMicroelectronics, in una giornata che ha visto il paniere principale diviso in due fazioni inconciliabili. Il dato complessivo, però, ha inevitabilmente risentito del forte peso negativo esercitato dalle vendite che hanno letteralmente affondato i due titoli peggiori.

Sul fronte opposto, hanno brillato poche eccezioni, con Campari in assoluto protagonista: il Titolo del gruppo beverage ha messo a segno un balzo del 9,96% a 6,538 euro, sulla scia dei conti annuali diffusi nella serata precedente, che hanno evidenziato una crescita organica delle vendite e una significativa riduzione dell'indebitamento, sceso del 18% a 1,95 miliardi di euro grazie alla generazione di cassa e alle dismissioni di asset non strategici. Bene anche STMicroelectronics, in rialzo del 2,99% a 28,585 euro, sostenuta dall'ondata positiva che ha attraversato l'intero settore dei semiconduttori a livello globale e dalle dichiarazioni ottimistiche del suo amministratore delegato in merito alla crescita dei ricavi prevista per i prossimi trimestri. Acquisti hanno premiato, seppur con rialzi più contenuti, anche Snam, che ha guadagnato l'1,57% a 6,464 euro nel giorno della pubblicazione dei risultati e del nuovo piano strategico al 2030, e Lottomatica Group (+1,40% a 24,64 euro).

La vera tempesta, invece, si è abbattuta su Nexi, che ha lasciato sul terreno il 16,63% a 2,822 euro, scendendo sotto la soglia psicologica dei 3 euro e toccando nuovi minimi storici. Un tonfo che, come spiegato dall'amministratore delegato Paolo Bertoluzzo, sarebbe da ricondurre non tanto ai dati operativi – in fondo positivi – quanto piuttosto a una combinazione di fattori legati alle aspettative del mercato. Da un lato, la pesante svalutazione dell'avviamento per circa 3,7 miliardi di euro, una rettifica di valore puramente contabile che però ha inciso sul risultato netto di bilancio spaventando gli investitori; dall'altro, la mancata previsione di un piano di buyback, una pratica particolarmente apprezzata soprattutto dagli investitori istituzionali statunitensi, che si sarebbero aspettati un maggior ritorno di cassa nel breve termine invece di un incremento del dividendo, giudicato dal mercato non sufficiente a compensare l'assenza di riacquisto di azioni proprie. La stessa dinamica, seppur con intensità leggermente minore, ha travolto Amplifon, che ha chiuso con un calo dell'11,59% a 10,72 euro, ai minimi degli ultimi nove anni, penalizzata da risultati 2025 inferiori alle attese e da una guidance poco dettagliata per l'esercizio in corso.

In uno scenario del genere, a catalizzare l'attenzione degli operatori e a orientare i flussi di capitale è stata in particolar modo la dinamica dei prezzi delle materie prime, tornati a correre dopo la breve pausa di riflessione della vigilia. Il petrolio Brent ha ripreso la sua inarrestabile ascesa, toccando quota 84,28 dollari al barile con un balzo di quasi il 4% nella sola giornata, che si traduce in un incremento di circa il 20% su base settimanale. Alle stelle anche il gas naturale, con il prezzo al megawattora ad Amsterdam schizzato a 54 euro, in rialzo del 10,8% e con un aumento del 56% in sette giorni. All'origine di questa nuova fiammata vi è la crescente tensione nello Stretto di Hormuz, dove l'escalation militare ha di fatto paralizzato il traffico marittimo, con circa mille navi bloccate e le principali potenze, dagli Stati Uniti all'Unione Europea, che si stanno attivando per tentare di garantire la sicurezza delle rotte commerciali, un'arteria vitale per un quinto del greggio e del GNL mondiale.

Lo Stretto di Hormuz e i conti aziendali nel mirino

L'incertezza geopolitica, dunque, continua a rappresentare la variabile dominante, ma a fare da contraltare, in questa fase così volatile, sono state le indicazioni provenienti dal fronte societario, capaci di generare divergenze di performance anche molto marcate all'interno del medesimo indice. La giornata ha offerto un quadro emblematico di come il mercato stia premiando senza esitazioni le aziende in grado di mostrare fondamentali solidi e prospettive chiare, come nel caso di Campari, mentre punisce con altrettanta durezza quelle che, pur presentando piani di lungo periodo, deludono le aspettative a breve o comunicano in modo poco trasparente le proprie ambizioni future. Le parole di Bertoluzzo, che ha sottolineato come la priorità rimanga una crescita sostenibile nel tempo e la generazione di cassa, non hanno evidentemente trovato riscontro negli umori della piazza, confermando quanto il sentiment sia oggi influenzato in maniera preponderante da logiche di breve termine e da aspettative spesso disattese. E mentre i listini tentavano invano di stabilizzarsi, l'attenzione rimaneva saldamente ancorata agli sviluppi del conflitto, con gli occhi puntati sulle prossime mosse delle marine militari e sulla capacità delle diplomazie internazionali di scongiurare un allargamento del conflitto che potrebbe avere conseguenze ancor più dirompenti sugli approvvigionamenti energetici globali.

Il differenziale tra banche e utility in una seduta a due velocità

A completare il quadro di una giornata complessa per Piazza Affari ci hanno pensato i movimenti del settore bancario, che hanno mostrato un andamento decisamente negativo, appesantendo ulteriormente il listino. MPS è risultato tra i peggiori, con un calo del 4%, penalizzato dalle incertezze legate al rinnovo del consiglio di amministrazione e alla posizione del suo amministratore delegato, mentre Mediobanca ha ceduto il 3,4% in un clima di persistente cautela legato all'operazione di acquisto del restante capitale e al successivo delisting. Le vendite hanno interessato in modo trasversale il comparto creditizio, evidenziando come, in un contesto di tassi ancora potenzialmente destinati a rimanere elevati per un periodo più lungo a causa delle pressioni inflazionistiche importate dal caro-energia, le banche non rappresentino più quel rifugio che erano state in fasi precedenti. Sul fronte opposto, invece, hanno retto bene le utility, con Snam in testa, favorite proprio dall'andamento del settore energetico e dalla loro natura di società fortemente legate alle infrastrutture e meno volatili in scenari di turbolenza. La fotografia che emerge da questa ennesima sessione sull'ottovolante è quella di un mercato che fatica a trovare una propria bussola, diviso tra spinte macroeconomiche globali – come la guerra in Medio Oriente e la sua ricaduta sulle materie prime – e dinamiche microeconomiche legate ai singoli bilanci, con gli investitori costretti a navigare a vista in un mare sempre più agitato.

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