Guerra in Iran, nel mirino una petroliera battente bandiera delle Bahamas: l’esplosione a bordo nel nord del Golfo Persico

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il quadro bellico in Medio Oriente, già drammaticamente complicato da raid aerei incrociati e da una tensione diplomatica che ha portato alla chiusura dell’ambasciata italiana a Teheran con il conseguente trasferimento del personale a Baku, registra un nuovo e preoccupante capitolo in mare. Nel sesto giorno di conflitto regionale, che vede contrapposti Israele e Stati Uniti alla Repubblica Islamica dell’Iran, l’attenzione si è spostata sulle acque del Golfo Persico settentrionale, dove un’unità navale è finita nel mirino di un attacco. Secondo quanto riferito dal monitor marittimo britannico UK Maritime Trade Operations (UKMTO) e confermato da diverse agenzie internazionali, una petroliera è stata danneggiata da una violenta esplosione mentre si trovava alla fonda nelle vicinanze del porto iracheno di Khor Al-Zubair, situato nella provincia di Bassora.

L’imbarcazione coinvolta nell’incidente, che ha riportato danni allo scafo con conseguente sversamento di greggio in mare, sarebbe la Suezmax Sonangol Namibe. La compagnia petrolifera nazionale angolana Sonangol, proprietaria del naviglio, ha effettivamente confermato che il suo battello è stato oggetto di un’esplosione, precisando come l’equipaggio, nonostante la gravità dell’accaduto, risulti miracolosamente illeso e come la nave, che batte bandiera delle Bahamas, si mantenga stabile e sotto controllo operativo. Fonti irachene e un agente marittimo hanno inoltre aggiunto, come riportato dalla stampa portoghese, che il Sonangol Namibe aveva un contratto con la compagnia petrolifera statale irachena SOMO e si stava dirigendo verso un terminal per caricare circa ottantamila tonnellate metriche di combustibile iracheno, circostanza che lascia supporre che i serbatoi colpiti potessero essere quelli di zavorra, non ancora pieni di petrolio.

La rivendicazione dei Pasdaran e la minaccia sullo Stretto di Hormuz

A gettare benzina sul fuoco di una crisi già incandescente ci hanno pensato i Guardiani della Rivolazione iraniana, i Pasdaran, che hanno prontamente rivendicato l’azione militare. Per il tramite della televisione di Stato iraniana, le forze d’élite di Teheran hanno annunciato che un missile ha centrato una petroliera statunitense «nel nord del Golfo», provocando un vasto incendio a bordo, sebbene la nazionalità Bahamas della Sonangol Namibe e la sua proprietà angolana sembrino contraddire, almeno in parte, la natura del bersaglio dichiarato. I Pasdaran hanno inoltre ribadito, in un proclama che suona come una sfida diretta alla comunità internazionale, di esercitare il «pieno controllo» sullo Stretto di Hormuz, quel tratto di mare strategicamente vitale che collega il Golfo Persico con l’Oceano Indiano e attraverso cui transita circa un quinto del petrolio mondiale.

La presa di posizione dei militari iraniani non è caduta nel vuoto e ha immediatamente trovato riscontro nei dati sul traffico marittimo, che hanno registrato un crollo verticale. Secondo la società di intelligence energetica Kpler, il passaggio delle petroliere attraverso lo Stretto di Hormuz è diminuito del novanta per cento, con centinaia di navi, tra cui portarinfuse e portacontainer, ferme in attesa o costrette a deviare le loro rotte. Le compagnie di assicurazione marittima, dal canto loro, hanno aumentato i premi in modo esponenziale o stanno addirittura annullando le coperture per i rischi di guerra, rendendo di fatto proibitivo per molti armatori attraversare quelle acque. Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha già fatto sapere che, se necessario, la Marina americana scorterà le petroliere per garantire la libertà di navigazione e scongiurare uno choc energetico globale, anche se al momento la priorità resta il conflitto aereo e terrestre in corso.

L’evoluzione del conflitto tra raid su Teheran e Beirut

Mentre il mare diventa teatro di scontri e rivendicazioni, la guerra continua a infuriare con inalterata violenza su altri fronti. Israele ha lanciato nuove e potenti ondate di bombardamenti su Teheran e contro i quartieri meridionali di Beirut, prendendo di mira infrastrutture e depositi di Hezbollah, con la popolazione civile costretta ancora una volta alla fuga. La televisione di Stato iraniana ha anche diffuso la notizia, al momento non verificata in modo indipendente, secondo cui droni della Marina iraniana avrebbero colpito la portaerei statunitense Abraham Lincoln, di stanza nelle acque del Golfo. Se confermato, si tratterebbe di un’escalation senza precedenti che coinvolgerebbe direttamente il cuore della potenza navale americana nella regione. L’ambasciata italiana a Teheran è stata chiusa temporaneamente per ragioni di sicurezza, con il personale diplomatico e un gruppo di connazionali trasferiti a Baku, in Azerbaigian, anche se il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha tenuto a precisare che le relazioni diplomatiche con l’Iran non sono state interrotte.

L’intervento di Trump sulla successione in Iran

In questo clima di devastanti operazioni militari, il presidente Trump ha voluto intervenire anche sul futuro assetto politico dell’Iran, lanciando un messaggio chiaro e diretto a Teheran. In un’intervista concessa ad Axios, il leader della Casa Bianca ha escluso categoricamente la possibilità che il potere, dopo la morte di Ali Khamenei, possa passare a suo figlio Mojtaba. Definendo l’ipotesi di una successione dinastica come «inaccettabile» e bollando il diretto interessato come un «peso piuma», Trump ha rivendicato per gli Stati Uniti un ruolo attivo nella scelta del futuro leader iraniano. La sua amministrazione, ha dichiarato, vuole «qualcuno che porti armonia e pace in Iran», sottintendendo che Washington non tollererà che il regime prosegua sulla stessa linea del predecessore, pena il perdurare di un conflitto che, nelle sue parole, ha già spazzato via gran parte delle capacità militari della Repubblica Islamica. Una posizione, questa, che ha scatenato la dura reazione di Teheran, con il ministro degli Esteri Abbas Araghchi che ha avvertito come il «piano A» per una rapida vittoria militare sia fallito e che il «piano B» rischi di rivelarsi un disastro ancora più grande per gli Stati Uniti.

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