Frana di Niscemi, il paradosso di un ministro della Protezione civile sotto inchiesta: M5s e Avs chiedono le dimissioni di Musumeci e Schifani
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Redazione Interno
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L’onda lunga del fango che a gennaio ha squarciato Niscemi, lasciando un baratro di dieci metri al posto di case e sogni, arriva oggi a lambire i piani alti della politica romana. Dopo l’annuncio della Procura di Gela, che ha formalizzato l’iscrizione nel registro degli indagati per tredici persone, si è scatenata la bufera politica. Nel mirino finiscono i vertici regionali siciliani, con un paradosso che suona come una beffa: chi oggi siede al governo con la delega alla Protezione civile, l’ex presidente Nello Musumeci, è accusato – per il ruolo che ricopriva a Palazzo d’Orleans – di non aver fatto nulla per fermare il disastro.
Il meccanismo accusatorio, orchestrato dal procuratore Salvatore Vella, si basa su un’inerzia lunga quasi tre decenni. Dalla prima grande frana del 1997, passando per il contratto d’appalto siglato (e poi risolto per inadempienza nel 2010) fino allo smottamento del 25 gennaio che ha costretto allo sfollamento di circa millecinquecento persone, il filo rosso è sempre lo stesso: i circa dodici milioni di euro stanziati per le opere di mitigazione non sono mai stati effettivamente spesi. Un’accusa pesante, quella di disastro colposo e danneggiamento, che grava non solo su tecnici e funzionari, ma anche su chi ha avuto il potere politico di decidere.
«Dimissioni»: la richiesta delle opposizioni tra accuse di incapacità e fondi non spesi
Il Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi Sinistra non hanno atteso un attimo per tradurre l’indagine in una resa dei conti politica. Il paradosso di vedere un ministro della Protezione civile indagato per omissioni proprio nella messa in sicurezza del territorio è, a loro dire, intollerabile. Angelo Bonelli, deputato di Avs, ha spiegato che la richiesta di dimissioni non nasce tanto dall’avviso di garanzia in sé, quanto da una supposta “inadeguatezza” strutturale dimostrata dai numeri: durante le gestioni che hanno visto protagonisti Musumeci e l’attuale governatore Renato Schifani – anch’egli finito nel registro degli indagati – su un miliardo e duecento milioni disponibili per il dissesto idrogeologico in Sicilia, ne sarebbero stati spesi soltanto quattrocento milioni.
L’attacco si fa più feroce se si considera che l’area di Niscemi era già stata segnalata come zona a rischio molto elevato fin dal 1997. Secondo quanto emerso dalle prime sommarie informazioni, nonostante le relazioni tecniche e le ordinanze della Protezione civile nazionale, i successivi governi regionali (quelli di Raffaele Lombardo, Rosario Crocetta, lo stesso Musumeci e infine Schifani) non avrebbero mai messo in sicurezza il versante. La frana di gennaio, che ha trascinato a valle palazzi e automobili, sarebbe quindi stata l’epilogo prevedibile di una lunga catena di errori amministrativi.
L’inchiesta si allarga: tre fasi di indagine e nuovi sequestri all’orizzonte
Ma l’affaire Niscemi è solo all’inizio, e la vicenda giudiziaria promette di essere molto più complessa di quanto emerso finora. Il procuratore Vella ha delineato un piano d’azione suddiviso in tre fasi distinte, a testimonianza della vastità del fenomeno franoso che alcuni tecnici non hanno esitato a paragonare, per dimensioni di massa movimentata, a disastri ben più noti come quello del Vajont. La prima fase, quella che ha portato ai tredici indagati, riguarda l’accertamento sulle opere mai realizzate. La seconda, invece, si concentrerà sulla regimentazione delle acque bianche e nere, ritenute un fattore scatenante cruciale per l’innesco della frana.
C’è poi una terza tranche di accertamenti, quella forse più delicata sul piano umano, che riguarderà la cosiddetta “zona rossa”. I magistrati vogliono vederci chiaro sui mancati sgomberi e sulle demolizioni mai disposte nonostante il pericolo fosse noto da anni, così come sulle autorizzazioni edilizie rilasciate in aree a rischio. È chiaro che, proseguendo su questo crinale, il numero degli indagati potrebbe aumentare ulteriormente. La Procura ha già annunciato nuove audizioni e sequestri di documenti, mentre gli attuali indagati – tra cui figurano i capi della Protezione civile regionale Calogero Foti e Salvatore Cocina – verranno sentiti a breve per fornire la loro versione sui fatti.
Il nodo della responsabilità politica in una regione che frana
Ciò che rende questa vicenda esemplare, al di là delle sorti giudiziarie dei singoli, è la fotografia impietosa di un sistema di governo del territorio che sembra essersi arenato sulla burocrazia. L’indagine di Gela non fa che confermare un sospetto che aleggiava da anni in Sicilia: che la classe dirigente, nell’alternarsi di legislature e schieramenti diversi, abbia assistito passiva al degrado idrogeologico. Nel registro degli indagati figurano i presidenti che si sono succeduti dal 2010 a oggi, una staffetta di firme su documenti che, di fatto, non si è mai concretizzata in cantieri aperti.
Mentre la terra continua a muoversi lentamente sotto il centro abitato di Niscemi, la Procura cerca di districare il groviglio di competenze tra commissari di governo contro il dissesto idrogeologico e ordinanze regionali. La presenza del ministro Musumeci tra gli indagati, tuttavia, rappresenta un cortocircuito istituzionale difficile da ignorare: l’uomo che oggi dovrebbe coordinare le emergenze nazionali si trova a doversi difendere dall’accusa di averle, in passato, semplicemente ignorate. Un paradosso che, nel linguaggio asciutto delle opposizioni, si traduce in una sola parola d’ordine: “Dimissioni”.




