Il docufilm su Giulio Regeni escluso dai fondi del ministero: «Manca l’interesse culturale»
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Redazione Interno
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La commissione del ministero della Cultura, vale a dire i quindici esperti nominati dal ministro Alessandro Giuli, ha recentemente concluso la distribuzione dei cosiddetti “contributi selettivi” per l’industria cinematografica, un tesoretto che ammonta a 14 milioni di euro complessivi. Ed è proprio all’esito di questa selezione che emerge una decisione destinata a far discutere l’ambiente culturale: il documentario «Giulio Regeni – Tutto il male del mondo», diretto da Simone Manetti e prodotto da Mario Mazzarotto per Ganesh insieme a Fandango – lo stesso che ha recentemente vinto il Nastro d’argento della legalità – è stato completamente escluso dai finanziamenti. Per la precisione, la motivazione ufficiale addotta dalla commissione risiede nell’assenza di quei requisiti fondamentali che la legge richiede per accedere al contributo pubblico, ovvero un elevato “interesse artistico e culturale” e un altrettanto solido legame con l’“identità nazionale italiana”.
Paradossi e criteri opachi
Se da un lato la storia di questo giovane ricercatore friulano, il quale fu sequestrato, torturato e infine assassinato al Cairo nel gennaio del 2016 dagli apparati di sicurezza del regime egiziano, non ha convinto gli esperti del Mic, dall’altro l’elenco delle opere che hanno ricevuto il via libera pare seguire una rotta diametralmente opposta. Tra i documentari finanziati, infatti, figurano pellicole dedicate allo storico locale caprese «Anema e Core», alla carriera del cantante napoletano Gigi D’Alessio, nonché alle gesta del cosiddetto «re delle fettuccine» Alfredo. Questa disparità di trattamento, che vede premiate narrazioni legate allo svago e alla ristorazione a discapito di un’inchiesta su un caso di geopolitica e diritti umani, ha subito acceso le polemiche. Il produttore Domenico Procacci, che aveva creduto nel progetto, ha attaccato duramente la scelta, definendola una ferita aperta nella memoria collettiva, e ha sottolineato come una vicenda che dovrebbe indignare l’intero Paese sia stata invece trasformata, suo malgrado, in una «battaglia di parte».
Un silenzio che pesa sulla memoria
Per comprendere appieno la portata del gesto della commissione, occorre ricordare che l’opera in questione non è un semplice prodotto commerciale: «Giulio Regeni – Tutto il male del mondo» è stato realizzato anche grazie alla partecipazione diretta dei genitori della vittima, Claudio Regeni e Paola Deffendi, e dell’avvocata Alessandra Ballerini, i quali hanno seguito il processo – che vede imputati quattro agenti della National Security egiziana – fin dal suo inizio nella primavera del 2024. Il regista Manetti ha letteralmente filmato le udienze in presa diretta, con l’obiettivo dichiarato di tenere viva l’attenzione su un caso che ha segnato le relazioni tra Italia ed Egitto. Alla luce di ciò, la bocciatura da parte del ministero della Cultura suona, agli occhi di molti osservatori, come una sorta di rimozione istituzionale: se lo Stato nega il proprio sostegno economico a un’opera che cerca di fare luce su uno dei suoi cittadini ucciso all’estero, viene da chiedersi quale sia esattamente il confine tra “interesse culturale” e “convenienza politica” per l’attuale esecutivo.
Risorse e scenari complessi
Non si tratta, va detto, di un episodio isolato di rigidità burocratica. La stessa commissione che ha respinto il documentario su Regeni ha infatti bocciato anche l’ultima sceneggiatura del celebre regista Bernardo Bertolucci, a dimostrazione di una linea di valutazione che pare orientata a privilegiare criteri quantitativi o, al contrario, eccessivamente soggettivi, a scapito del valore intrinseco delle opere. Nel frattempo, mentre il governo Trump – tornato alla Casa Bianca – non ha certo mostrato sensibilità verso le pressioni italiane sul Cairo in passato, il caso Regeni resta giuridicamente in una fase delicata, con l’udienza che procede a Roma senza che i vertici militari egiziani abbiano mai fornito la loro versione. E mentre il documentario viaggia tra le università e le sale cinematografiche grazie al passaparola e all’impegno dei produttori indipendenti, il ministero della Cultura continua a difendere l’operato della propria commissione, senza per ora fornire ulteriori delucidazioni sul voto negativo espresso nei confronti dell’opera di Manetti.




