L'Anm nel mirino del ministro Nordio, segnalazione all'Agcom per la campagna sul referendum
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Redazione Interno
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La querelle sulla riforma della giustizia e sul prossimo referendum si inasprisce, travalicando i confini del dibattito istituzionale per approdare sul terreno, ben più scivoloso, della comunicazione e delle possibili influenze sull’opinione pubblica. Il ministro della Giustizia, infatti, ha deciso di segnalare formalmente all’Autorità Garante per le Comunicazioni i materiali divulgativi dell’Associazione Nazionale Magistrati, giudicandoli potenzialmente lesivi dell’equità informativa in un periodo di campagna referendaria. Un passaggio che conferma il clima di forte attrito tra l’esecutivo e una parte significativa della magistratura, la quale, attraverso i suoi organi associativi, ha espresso un netto dissenso verso le modifiche costituzionali in votazione, paventando, in sostanza, una deriva politicizzata dell’ordine giudiziario.
Il nodo del "processo alle intenzioni"
La critica centrale mossa dall’Anm, e che ora finisce sotto la lente dell’Agcom su impulso del ministro, ruota attorno all’accusa di un “processo alle intenzioni”. I manifesti, comparsi in diverse stazioni ferroviarie, pongono una domanda diretta ai cittadini sulla desiderabilità di giudici e pubblici ministeri legati ai voleri della politica, lasciando intendere che questo sia l’esito certo della riforma. Una lettura che il fronte del Sì, guidato da figure come l’ex giudice costituzionale Nicolò Zanon, contesta con forza, ritenendola non solo infondata ma anche fuorviante. Zanon, presentando il comitato promotore del referendum, ha espresso viva preoccupazione per quella che definisce una posizione dell’Anm che rischia di condurre verso un vicolo cieco, privando il confronto di necessaria oggettività.
Le reazioni e il precedente delle segnalazioni
Non si tratta, del resto, del primo atto formale in questa direzione, poiché già in precedenza il comitato referendario dei Radicali Italiani aveva sporto denuncia alla procura in merito a dichiarazioni dello stesso ministro, accusate di interferire con la campagna. L’evocazione, da parte di un esponente di governo, di un intervento diretto della magistratura aveva sollevato un polverone, acuito poi da alcune dichiarazioni che, riferendosi a metodi di pressione, hanno citato – in maniera del tutto impropria – episodi legati al terrorismo degli anni di piombo. L’atmosfera, dunque, appare particolarmente surriscaldata, con ogni parte schierata a difendere la propria visione della posta in gioco: da un lato l’autonomia e la separazione delle carriere, dall’altro la necessità di una riforma che, a parere dei suoi sostenitori, non comprometterebbe affatto l’indipendenza della giurisdizione.
Lo scontro sul piano comunicativo e giudiziario
La decisione di Nordio di coinvolgere l’Agcom segna un’ulteriore escalation, spostando parzialmente il conflitto dal merito della riforma ai metodi della sua propaganda. La questione di fondo rimane la separazione delle carriere fra giudici e pubblici ministeri, misura che gli oppositori considerano un primo, pericoloso passo verso un asservimento del potere giudiziario a quello politico. Una tesi che i promotori della riforma respingono come un’errata, se non in mala fede, rappresentazione dei fatti, sottolineando come il centrodestra, attualmente in maggioranza, non avrebbe motivo di rinviare a un futuro ipotetico un disegno che, se realmente voluto, potrebbe perseguire subito. Il referendum si avvicina così in un clima di reciproca diffidenza, dove gli argomenti giuridici si intrecciano con una battaglia per la narrazione pubblica, il cui esito è tutt’altro che scontato.




