Trump insiste sullo Stretto di Hormuz, ma il crollo del traffico navale racconta un'altra verità
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Redazione Esteri
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Il paradosso, quasi surreale, è che le rotte dello Stretto di Hormuz sarebbero ufficialmente libere, bonificate dalle mine, eppure il transito commerciale è crollato in modo verticale. Mentre il Comando centrale statunitense annuncia il successo delle operazioni di sminamento, giovedì lo hanno attraversato soltanto cinque mercantili, a fronte dei 17 del giorno precedente e di una media di 15 unità nell'ultimo decennio di giorni.
È il dato che fotografa la tensione ancora altissima nell'area, dove la minaccia iraniana, seppur rimossa fisicamente dalle acque, continua a pesare sulle decisioni degli armatori e delle compagnie di navigazione. L'operazione congiunta Usa-Israele, che ha prosciugato le scorte di munizioni americane e provocato rappresaglie iraniane capaci di devastare basi strategiche Usa in tutto il Medio Oriente, sta mettendo sotto pressione i bilanci dell'intero apparato militare, come dimostra un memorandum del Pentagono visionato dal Guardian.
Le mine rimosse ma il traffico non riparte
Le forze armate statunitensi hanno "rimosso con successo le mine navali presenti nelle rotte di navigazione internazionali dello Stretto, posizionate mesi fa dal Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica iraniano". La notizia è stata confermata in via ufficiale dall'ammiraglio Brad Cooper, a capo del Comando militare centrale Usa (Centcom), in un video postato su X. Secondo la dichiarazione del comandante, le rotte di transito riconosciute a livello internazionale sono ora libere da mine, grazie al lavoro dei militari statunitensi.
Tuttavia, la realtà dei fatti sul campo sembra smentire sul piano pratico la portata di questo annuncio, perché il numero di navi che hanno osato attraversare il braccio di mare è sceso a cifre che non si vedevano dai periodi di massima escalation. Il crollo del traffico commerciale rappresenta un indicatore inequivocabile della sfiducia che regna tra gli operatori del settore, i quali preferiscono rinunciare alla rotta più breve piuttosto che esporre le proprie imbarcazioni a un rischio che, evidentemente, non è stato ancora del tutto scongiurato.
La pressione sui bilanci militari e il deficit del Pentagono
Il costo di questa operazione, in termini di risorse umane e finanziarie, sta emergendo con chiarezza dai documenti interni del Dipartimento della Difesa. Un memorandum del Pentagono sui finanziamenti alla Marina, visionato dal Guardian, avverte della presenza di «deficit nei fondi per gli stipendi», causati dal fatto che il dipartimento ha attinto a tali risorse per finanziare le operazioni di combattimento.
Questo significa che, per sostenere l'offensiva nello Stretto e le conseguenti azioni di contrasto alle rappresaglie iraniane, l'amministrazione ha dovuto distogliere fondi destinati al personale, creando un buco nei conti che rischia di avere ripercussioni sulla capacità operativa della flotta. La guerra, insomma, sta logorando le casse del Pentagono, e il prosciugamento delle scorte di munizioni, già segnalato in precedenti rapporti, si accompagna ora a un problema strutturale di liquidità che mette in difficoltà la gestione ordinaria della Marina militare.
La strategia economica di Bessent al G20
Proprio mentre il Centcom annunciava la bonifica delle acque, il segretario al Tesoro americano Scott Bessent si preparava a intensificare gli sforzi per isolare economicamente l'Iran in occasione del G20 Finanze della prossima settimana ad Asheville, in North Carolina.
I ministri delle finanze e i governatori delle banche centrali delle 20 principali economie mondiali si riuniranno lunedì e martedì prossimi per dar vita ai colloqui che sono i primi di diversi incontri ministeriali del 2026, in preparazione del terreno al vertice dei leader del G20 che il presidente Donald Trump ospiterà a dicembre in Florida.
La mossa di Bessent, che punta a stringere ulteriormente il cerchio attorno all'economia iraniana, si inserisce in una strategia più ampia che combina la pressione militare con quella finanziaria, nella convinzione che solo un isolamento totale possa costringere Teheran a rivedere le proprie posizioni.
Tuttavia, il dato del crollo del traffico mercantile suggerisce che, nonostante le rassicurazioni dei comandi militari, il costo psicologico ed economico di questa crisi si sta già facendo sentire ben oltre i confini del Medio Oriente, alimentando una spirale di incertezza che nessuna dichiarazione ufficiale sembra in grado di arrestare.
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