Il nuovo fronte Iran, i dazi e la crepa nel private credit: i mercati si preparano alla tempesta
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Redazione Economia
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Si preannuncia un’apertura di settimana complessa per le Borse internazionali, chiamate a digerire una serie di shock che, sommandosi, rischiano di mettere a dura prova quella resilienza mostrata più volte in passato. Il nuovo fronte di guerra apertosi tra Stati Uniti e Iran — con gli attacchi condotti congiuntamente da Washington e Israele che hanno porto fine al regime di Teheran — rappresenta indubbiamente l'innesco principale di una possibile avversione al rischio, ma gli operatori dovranno fare i conti anche con le persistenti turbolenze provenienti da Oltreoceano in materia di politica commerciale e con i primi, significativi segnali di cedimento nel colosso del private credit.
L'elemento più immediato e tangibile, per i trader, sarà il prezzo del petrolio. L'Iran, quarto produttore dell'Opec con i suoi circa tre milioni di barili al giorno, siede di fatto su una delle rotte energetiche più strategiche del pianeta: lo Stretto di Hormuz. Da questo passaggio, vitale per il trasporto del greggio saudita, iracheno e kuwaitiano, transita quasi un quinto del petrolio mondiale e già nelle ore immediatamente successive all'attacco si sono registrate le prime interruzioni dei transiti da parte di alcune grandi compagnie, con navi ferme o in attesa. La paura, come spiegano gli analisti di Barclays, è che il mercato dell'oro nero debba affrontare lo scenario peggiore, con un balzo del Brent che potrebbe spingerlo fino a quota cento dollari al barile; un'impennata che, da mera variabile geopolitica, si trasformerebbe in un problema macroeconomico di prima grandezza, andando a comprimere i margini delle aziende e a riaccendere quelle tensioni inflazionistiche che le banche centrali faticano a domare.
La resa dei conti sui dazi e la crepa nel private credit
A rendere il quadro ancora più opaco contribuisce poi la confusione generata dalla politica tariffaria della Casa Bianca. La recente bocciatura da parte della Corte Suprema dei cosiddetti dazi reciproci voluti da Donald Trump aveva inizialmente fatto tirare un sospiro di sollievo ai mercati, i quali avevano interpretato la sentenza come una chiusura alla possibilità di una guerra commerciale estesa e permanente. La risposta del Presidente, però, non si è fatta attendere ed è arrivata sotto forma di un inasprimento immediato: l'amministrazione ha infatti attivato la sezione 122 del Trade Act del 1974, uno strumento che consente di imporre dazi fino al 15% per un massimo di centocinquanta giorni, una soluzione temporanea ma che reintroduce di fatto un elemento di forte incertezza per le imprese, costrette a ricalcolare costi e strategie in un clima di volatilità normativa.
A questo scenario si aggiunge poi un fronte forse meno visibile ma potenzialmente altrettanto insidioso, quello del private credit. Il caso Blue Owl, una delle principali società del settore con oltre trecento miliardi di dollari in gestione, sta mettendo in luce le fragilità di un mercato cresciuto in modo esponenziale negli ultimi anni. La decisione della società di limitare i riscatti da uno dei suoi fondi, citando problemi di liquidità e andando così a vanificare i piani per un loro ripristino, ha gettato lo scompiglio tra gli investitori, facendo crollare il Titolo e riportando d'attualità il timore di una crisi sistemica. Non è un caso che Mohammed El-Erian, consulente economico capo di Allianz, abbia paragonato la situazione a quella di un canarino nella miniera, un segnale d'allarme che impone di guardare con maggiore attenzione alla trasparenza e alla liquidità di questi veicoli, sempre più intrecciati con il sistema bancario tradizionale e persino con i fondi pensione americani, ai quali è stato recentemente consentito di investire in questi asset.
Il rifugio nei Bund e la ritirata dalle azioni
In questo clima di crescente nervosismo, la reazione degli investitori sembra già tracciata. La ricerca di porti sicuri sta indirizzando i flussi di capitale verso i titoli di Stato, con una preferenza marcata per i Bund tedeschi rispetto ai Treasury americani; come sottolineano gli economisti di Ing, il debito dell'Eurozona appare in questa fase più appetibile per proteggersi dalle turbolenze specificamente legate alla crisi iraniana, mentre l'azionario, già indebolito dalle perdite di febbraio, si prepara a una seduta di lunedì all'insegna delle vendite.
La combinazione di questi fattori — un conflitto a forte intensità energetica in Medio Oriente, una politica commerciale americana che procede a strappi e i primi scricchiolii nell'enorme mercato del credito privato — dipinge il quadro di una tempesta perfetta che potrebbe mettere fine a quel periodo di relativa stabilità e assuefazione agli shock che aveva caratterizzato i mercati negli ultimi anni. La partita che si apre, fatta di rialzo del greggio e difesa dei bilanci, è destinata a tenere banco per le prossime sedute.




