La morte di Nitto Santapaola, il carcere di Opera e quel silenzio di Catania che sa di assuefazione

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La notizia è scivolata via, nel pomeriggio di lunedì, dalle stanze del reparto di medicina penitenziaria dell’ospedale San Paolo di Milano, dove era stato trasferito qualche giorno prima dal carcere di Opera, e si è diffusa nella sua Catania senza trovare quell’eco che pure ci si aspetterebbe per la scomparsa di un personaggio che quella città l’ha segnata nel profondo, plasmando per decenni i rapporti tra imprenditoria, politica e criminalità. Benedetto Santapaola, per tutti Nitto, il cui nome alla nascita era stato scelto dalla famiglia, è morto a ottantasette anni, portandosi dietro, come è naturale che sia per un uomo che ha fatto del silenzio e del segreto la propria ragione di vita e di potere, una montagna di verità sepolte, di reticoli opachi e di connessioni che difficilmente, ora, potranno essere del tutto chiarite. Era detenuto in regime di 41 bis dal giorno del suo arresto, quel 18 maggio del 1993 quando i carabinieri e la polizia lo stanarono da un rifugio nelle campagne di Mazzarrone, sorprendendolo nel sonno accanto alla moglie, e da allora non ne era più uscito, se non per i ricoveri resi necessari da quella grave forma di diabete che negli ultimi tempi ne aveva minato il fisico, aggravandosi in maniera repentina proprio nei giorni scorsi al punto da richiedere un nuovo ricovero che si è rivelato, alla fine, decisivo.

Il peso dei segreti e la stagione delle stragi

Per comprendere il vuoto che lascia, o forse il silenzio che la sua morte genera, bisogna tornare indietro di qualche decennio, a quando Santapaola non era soltanto il “cacciatore” – soprannome che gli derivava dalla passione venatoria – ma il costruttore di un impero criminale che partiva dalle estorsioni e dal traffico di stupefacenti per arrivare a infiltrarsi nel tessuto sano dell’economia, quello degli appalti e della grande distribuzione, grazie a una capacità, rara anche per i suoi pari grado, di tessere relazioni ad altissimi livelli, al punto da inaugurare concessionarie d’auto con questori e prefetti al suo fianco. Era il boss indiscusso di Cosa nostra etnea, alleato stretto dei corleonesi di Totò Riina, e come tale fu tra i mandanti di quella strategia stragista che insanguinò l’Italia nei primi anni Novanta: il suo nome compare nelle sentenze che lo condannano all’ergastolo per gli attentati di Capaci e di via D’Amelio, per l’omicidio del generale Carlo Alberto dalla Chiesa, per l’uccisione del giornalista Giuseppe Fava, assassinato a Catania nel 1984 perché con la sua penna e la sua testardaggine aveva osato scalfire quel muro di omertà che proteggeva lui e i suoi soci. Una mole di sangue, quella che si porta appresso, che gli è valsa decine di ergastoli e la certezza di non vedere mai più la libertà, ma che paradossalmente non ha scalfito, in certi ambienti della sua città, quell’aura di rispetto timoroso che ancora oggi, alla notizia del decesso, si traduce in un muto assenso, in una indifferenza che sa più di calcolo che di distacco.

La lotta silenziosa per l'eredità

E mentre la procura di Milano, come prassi, ha disposto l’autopsia sul per accertare le cause esatte del decesso – nonostante il quadro clinico fosse noto e aggravato – gli investigatori antimafia e la Direzione Distrettuale Antimafia di Catania spostano il loro sguardo altrove, concentrandolo su ciò che accadrà nei prossimi giorni e nei prossimi mesi. Perché se è vero che Santapaola, nonostante i tre decenni di carcere duro, era riuscito in qualche modo a mantenere salde le redini del suo clan, impartendo direttive e gestendo affari dal 41 bis – circostanza che gli è costata il ripetuto rigetto di qualsiasi istanza di attenuazione della detenzione – è altrettanto vero che la sua scomparsa fisica apre una fase di delicatissimo riassetto. Gli equilibri interni a Cosa nostra catanese, già messi alla prova dalla mancanza di un leader carismatico e dalla trasformazione della mafia in un soggetto economico più che militare, potrebbero subire scossoni. C’è chi, tra i figli, i nipoti e i reggenti storici, aspetta da tempo di poter gestire in prima persona gli affari della famiglia, quegli stessi affari che Santapaola ha custodito gelosamente fino all’ultimo respiro, e che riguardano la logistica, il movimento terra, gli appalti e il condizionamento di vaste aree del territorio etneo, quelle dove lui era nato e cresciuto, a San Cristoforo, e dove il suo nome, ancora oggi, pesa come un macigno.

Il confronto con il dolore privato di una famiglia

Ma in questa storia di potere, di omicidi eccellenti e di silenzi istituzionali, c’è una nota che suona stonata, un dolore privato che stride con la freddezza con cui certi ambienti accolgono la dipartita del vecchio boss. È il sentimento di Antonio Guglielmino, un ragazzo di ventidue anni che di Santapaola non può avere alcuna memoria se non quella tramandata dal sacrificio di suo nonno, Giovanni Lizzio, primo poliziotto ucciso dalla mafia nel 1992, proprio per volontà di Nitto. Per Antonio, per la sua famiglia, la morte del boss non è un fatto di cronaca qualunque, non è il normale scorrere della vita che porta via un vecchio malato. È un capitolo che si chiude, ma senza la soddisfazione di una resa dei conti pubblica, senza una parola di verità che possa lenire quella ferita. Perché Santapaola, e in questo sta la sua forza anche da morto, ha scelto di non parlare mai, di non collaborare, di portarsi nella tomba i nomi, i collegamenti, le regole non scritte di un sistema di potere che a Catania ha funzionato per decenni, e che forse, in forme mutate e ancora più silenziose, continua a funzionare. Lui è morto in un letto d’ospedale, assistito dai medici, lontano dalle urla e dalle vendette, mentre suo nipote, il poliziotto Giuseppe Lizzio, era stato ucciso con cinque colpi di pistola in un agguato vigliacco, e quella differenza, quel contrasto tra la fine serena del potente e la morte violenta del servo dello Stato, resta lì, come una domanda senza risposta, a pesare sull’indifferenza di una città che, forse, ha imparato a convivere con i propri mostri.

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