Garlasco, l’ombra del dubbio: a quasi vent’anni dal delitto la Procura accusa Sempio, ma la difesa prepara il contrattacco

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Redazione Interno Redazione Interno   -   A quasi vent’anni da quel 13 agosto 2007, nonostante una sentenza definitiva che pesa come un macigno sulle spalle di Alberto Stasi, l’enigma della villetta di Garlasco non ha mai smesso di rodere gli ingranaggi della macchina giudiziaria. L’arrivo di "Garlasco: L’ombra del dubbio", lo speciale di Diletta Giuffrida per Sky TG24 in onda lunedì 15 giugno, riaccende i riflettori su un caso che sembra non voler trovare pace, complice l’inchiesta parallela che ora vede iscritto nel registro degli indagati Andrea Sempio, amico del fratello della vittima.

Le telecamere, in questa occasione, si concentrano su quanto emerso dal recente interrogatorio in Procura a Pavia, dove gli inquirenti – dopo anni di archiviazione – hanno puntato il dito contro l’uomo con un'accusa che, se da un lato sembra dare una svolta, dall’altro rischia di riproporre lo stesso schema indiziario che già mandò Stasi in carcere.

Le accuse della Procura: movente e moviola della morte

Secondo la ricostruzione dei pm Stefano Civardi, Valentina De Stefano e Giuliana Rizza, l’innesco della furia omicida sarebbe da ricercare in un approccio a sfondo sessuale brutalmente respinto da Chiara. Il movente, insomma, affonderebbe le radici nella visione – da parte di Sempio – di alcuni video intimi che la ragazza aveva girato con l’allora fidanzato Alberto Stasi; materiale che Sempio avrebbe visto mentre si trovava davanti al pc di casa Poggi.

Di fronte al rifiuto della vittima, la Procura descrive una reazione sproporzionata: un “annientamento furioso” concentrato su volto e testa, quasi a voler cancellare l’identità di colei che osava dirgli di no. A sostegno di questa tesi, gli inquirenti hanno depositato una perizia informatica che colloca Sempio davanti a quel computer il 20 luglio 2007, oltre a evidenziare la famosa “traccia 33”, un’impronta palmare rilevata sulla scala della cantina che, dopo quattro controlli incrociati tra esperti del Ris, è stata attribuita all’indagato.

Non solo: le analisi della dottoressa Cristina Cattaneo hanno ridiscusso i tempi della morte, mentre i soliloqui captati dalle microspie in auto rivelano frasi sconnesse (“Quando sono andato via il sangue c’era”) che l’accusa legge come un’ammissione implicita di colpevolezza.

Il contrattacco della difesa e il caso del “biglietto dell’assassino”

Se l’accusa prova a costruire un castello di certezze, la difesa di Sempio – rappresentata dagli avvocati Liborio Cataliotti e Angela Taccia – si prepara a minarne le fondamenta con sei consulenze tecniche pronte al deposito, spaziando dalla medicina legale alla antropometria per verificare la compatibilità delle impronte.

Nel corso della trasmissione "Dentro la Notizia", condotta da Gianluigi Nuzzi, è stato mostrato un filmato inedito dell’interrogatorio in cui Sempio, pur avvalendosi della facoltà di non rispondere, appare calmo di fronte a quelle che i pm definiscono “accuse da far tremare le gambe”. L’episodio più grottesco, forse, riguarda un foglietto trovato nella spazzatura: un appunto su cui erano scritte parole come “cucina”, “sala”, “cane” e infine la parola “assassino”.

Per la Procura si tratterebbe di un indizio inquietante; Cataliotti, invece, lo ha liquidato come un semplice promemoria per un contributo audio destinato a uno spettacolo teatrale (“La fabbrica degli innocenti”), dove l’indagato doveva simulare lo stress di essere additato come colpevole.

Stasi, la semilibertà e le crepe nel sistema giudiziario

Mentre Sempio tenta di scagionarsi, Alberto Stasi ha visto la sua posizione subire un duplice movimento: da un lato la condanna definitiva a 16 anni rimane in piedi, ma dall’altro la porta del carcere di Bollate si è aperta per lui. Dopo oltre dieci anni di detenzione, il Tribunale di Sorveglianza di Milano ha concesso l’affidamento in prova ai servizi sociali, una misura che gli permetterà di scontare il residuo della pena lavorando come contabile in uno studio milanese, lontano da Garlasco.

Un passaggio tecnico, quello della semilibertà, che non inficia la sentenza ma che ha riacceso i riflettori sulle anomalie del caso. Lo stesso ministro della Giustizia, Carlo Nordio, ha definito l’intera vicenda “un’anomalia”, sottolineando come sia “discutibile” che una persona assolta in primo e secondo grado possa poi essere condannata senza un dibattimento completamente nuovo, mettendo in dubbio la tenuta del principio del “ragionevole dubbio”.

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