La notte Nba dei record e delle sorprese: Charlotte travolge Boston, Oklahoma passa al Garden
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Redazione Sport
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C’è una striscia aperta, nella notte Nba tra mercoledì e giovedì, che tiene insieme la matematica e la sorpresa, il dato statistico e la dimensione quasi storica di un’impresa. I Charlotte Hornets, quelli che fino a poche settimane fa faticavano a trovare una identità, hanno letteralmente travolto i Boston Celtics al TD Garden con un netto 118-89, infilando la sesta vittoria consecutiva. E non è solo il numero a fare notizia, quanto il modo in cui arriva: ventinove punti di scarto contro i campioni in carica, un parziale che racconta di una squadra, quella guidata da Charles Lee, capace di interpretare la partita con una maturità e una precisione sorprendenti. Per i Celtics, al contrario, è la battuta d’arresto più pesante dell’intera stagione regolare, quella che lascia il segno non tanto in classifica – restano secondi a Est alle spalle dei Detroit Pistoni – quanto nella consistenza della loro produzione offensiva. Le percentuali dal campo raccontano di un 38% realizzativo e di un 27,8% dall’arco, numeri imbarazzanti per una squadra che punta al Titolo. Dall’altra parte, Charlotte piazza un parziale di 19 triple su 49 tentativi e, dettaglio ancor più significativo, perde solamente quattro palloni in tutta la gara, a dimostrazione di una circolazione di palla fluida e di una testa lucida, nonostante la pressione di un match giocato in casa della seconda forza della Eastern Conference.
L’ascesa degli Hornets e il momento no di Milwaukee
Kon Knueppel, con i suoi venti punti, continua a scalare le gerarchie tra i rookie e si conferma la scintilla di questa squadra che, da sedici vittorie nelle ultime diciannove uscite, ha improvvisamente cambiato marcia. Ma sarebbe riduttivo parlare solo del rookie, perché Brandon Miller e LaMelo Ball, entrambi a diciotto punti, e Coby White, che ne aggiunge diciassette dalla panchina, compongono un attacco corale che ha retto l’urto del parquet amico di Boston, tenendo gli avversari a distanza sin dai primi minuti di gioco. Dall’altra parte dell’Atlantico, intanto, gli Oklahoma City Thunder mandano un messaggio chiaro a tutta la Western Conference espugnando il Madison Square Garden con il punteggio di 103 a 100. Una vittoria pesante, ottenuta con il ritorno di Shai Gilgeous-Alexander, che mette a referto 26 punti nonostante un problema addominale che lo aveva tenuto in dubbio fino all’ultimo, e con la prova maiuscola di Chet Holmgren, autore di 28 punti e 8 rimbalzi. I Knicks, che pure avevano costruito una partita solida affidandosi alla doppia doppia da 17 punti e 17 rimbalzi di Karl-Anthony Towns e ai 16 punti e 15 assist di Jalen Brunson, sbagliano l’ultimo possesso, con la tripla di OG Anunoby che si stampa sul ferro e spegne le speranze di overtime.
Se Charlotte vola, c’è chi invece affonda. I Milwaukee Bucks, nonostante i 24 punti di Giannis Antetokounmpo – limitato però nella gestione dei minuti per via di un rientro graduale –, incassano l’ennesima sconfitta interna, la quinta consecutiva, questa volta per mano degli Atlanta Hawks. Il 131-113 finale fotografa un divario che in campo si è visto eccome, con Nickeil Alexander-Walker a guidare i suoi con 23 punti e Onyeka Okongwu a dominare sottocanestro con 21 punti e 8 rimbalzi. Per Antetokounmpo, e per una squadra che arranca all’undicesimo posto a Est, la notte si chiude con l’amaro in bocca e la sensazione che la rincorsa ai playoff, per quanto la regular season sia ancora lunga, si faccia sempre più ripida.
Le firme sugli altri parquet: da Portland a Philadelphia
Scorrendo il tabellino della notte, si trovano altre prestazioni che meritano una sottolineatura. A Memphis, sono i Portland Trail Blazers a imporsi per 122 a 114, e lo fanno trascinati da un Jrue Holiday in versione monumentale: 35 punti e 11 assist, una doppia doppia che sa di rivincita personale e di leadership per una squadra giovane. Con lui, Jerami Grant mette a segno 30 punti, mentre per i Grizzlies, falcidiati dagli infortuni e costretti a giocare con soli otto uomini a referto, non bastano i 24 punti di Jaylen Wells. Un successo, quello di Portland, che interrompe un periodo di flessioni e rilancia le ambizioni di play-in in una Western Conference che non concede tregua. A Philadelphia, invece, la serata si tinge di equilibrio spezzato solo nel finale: i Sixers battono gli Utah Jazz 106-102, con Tyrese Maxey a guidare la squadra con 25 punti in assenza di Joel Embiid e Paul George. Gli Utah Jazz, nonostante i 30 punti di Keyonte George, allungano la loro striscia negativa a sette partite consecutive, segno di un momento di difficoltà che sembra non trovare argini.
I conti che tornano e le gerarchie che si muovono
Guardando la classifica, al netto delle singole partite, si iniziano a delineare gerarchie più definite. I Thunder consolidano il primato a Ovest con un record di 48 vittorie e 15 sconfitte, mentre a Est sono i Pistons a dettare il ritmo, complice anche il passo falso dei Celtics. Ma la notizia vera, quella che probabilmente nessuno si aspettava a inizio stagione, è la rimonta silenziosa eppure fragorosa degli Hornets, che agganciano il nono posto con un record di 32 vittorie e 31 sconfitte, scavalcando la soglia del 50% di successi per la prima volta dallo scorso ottobre. Una squadra, quella di Charlotte, che costruisce le sue fortune sulla continuità – sei vittorie di fila con un margine medio di oltre quindici punti – e su una difesa asfissiante, capace di mettere in crisi anche le macchine offensive più rodati, come dimostra la serata da incubo di Jaylen Brown, costretto a un 7/19 dal campo e a un -20 di plus/minus nonostante i 20 punti, 11 rimbalzi e 7 assist raccolti a referto. Per i tifosi del TD Garden, abituati a ben altri standard, assistere al proprio beniamino che sbaglia layup a ripetizione e perde palloni sanguinosi deve essere stato uno shock. La regular season continua, e se c’è una certezza, è che l’equilibrio in questo campionato è solo apparente. Sotto la superficie, ci sono correnti che spingono in direzioni inaspettate, e la notte di mercoledì ne è stata la prova più lampante.




