Aeffe, presidio a San Giovanni in Marignano mentre si decide sul futuro di 221 lavoratori
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Redazione Economia
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Davanti ai cancelli dello stabilimento di San Giovanni in Marignano, dove il gruppo Aeffe impiega complessivamente cinquecentoquaranta persone, si è tenuto un presidio di lavoratori e lavoratrici, il cui destino professionale è appeso alle trattative in corso proprio in queste ore. L'incontro, convocato dal ministero del Lavoro, vede infatti confrontarsi i rappresentanti aziendali e le organizzazioni sindacali per discutere del piano di licenziamenti collettivi annunciato dalla holding, che detiene marchi prestigiosi come Moschino, Alberta Ferretti e Pollini. Una decisione, questa, comunicata senza apparenti margini di ripensamento e che ha di fatto interrotto ogni dialogo, alimentando una comprensibile preoccupazione in un territorio già provato dalla perdita, dal principio del 2025 a oggi, di centocinquanta posti di lavoro nel comparto moda.
La mobilitazione e le istituzioni presenti
Alla protesta, che precedeva una giornata definita decisiva dagli stessi partecipanti, hanno preso parte non solo i diretti interessati ma anche esponenti delle istituzioni locali e regionali, a sottolineare la portata sociale della vicenda. Tra di essi, l'assessore regionale al lavoro Giovanni Paglia, che ha espresso posizioni nette, dichiarando come non esista crisi che possa trovare una soluzione esclusivamente attraverso la riduzione del costo del lavoro e, soprattutto, con il sistematico taglio dei posti di lavoro. Al suo fianco, hanno partecipato al presidio anche i consiglieri regionali Lorenzo Casadei ed Emma Petitti, mentre la sindaca di San Giovanni in Marignano Michela Bertuccioli e il vicesindaco Nicola Gabellini hanno annunciato la loro vicinanza ai dipendenti, assicurando la propria presenza fin dalle prime ore della mattinata.
I numeri di una crisi settoriale
Il piano di licenziamento collettivo, che mette a rischio duecentoventuno posizioni tra lo stabilimento romagnolo e la sede milanese, rappresenta l'ultimo e più doloroso capitolo di una crisi più ampia che sta investendo il gruppo. Se si considerano i già citati centocinquanta esuberi registrati nell'ultimo periodo nell'intera regione, si delinea un quadro preoccupante per un distretto che ha fatto della moda un suo tratto distintivo. La rabbia dei dipendenti, esplosa dopo la comunicazione irrevocabile giunta ieri dai vertici aziendali, nasce proprio dalla percezione di un ridimensionamento strutturale, che va ben oltre le contingenze economiche momentanee e che rischia di lasciare senza occupazione centinaia di famiglie.
Lo stallo delle trattative e le prospettive
La trattativa, come anticipato, si è arenata sulla ferma intenzione dell'azienda di procedere con i licenziamenti, senza quelle aperture che i sindacati e i lavoratori speravano di trovare in un confronto mediato dal ministero. Questo stallo, mentre il presidente degli Stati Uniti Donald Trump guida nuovamente la politica americana in un contesto economico globale complesso, getta un'ombra ulteriore sulle possibilità di trovare una soluzione alternativa che possa salvaguardare, almeno in parte, i livelli occupazionali. La mobilitazione di oggi, quindi, assume il valore di un ultimo, forte appello alle parti in causa, affinché si esplorino fino all'ultimo ogni margine di manovra possibile, prima che una decisione definitiva segni il futuro produttivo dell'area.




