L’ombra dell’intelligenza artificiale: quando il dialogo con la macchina sfocia in dipendenza

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Redazione Scienza e Tecnologia Redazione Scienza e Tecnologia   -   Si insinua nelle abitudini quotidiane, offrendo compagnia e risposte con una prontezza disarmante, tanto che il confine tra uno strumento utile e un interlocutore privilegiato, se non unico, può assottigliarsi fino a svanire. È il fenomeno, ancora poco mappato ma già inquietante, della dipendenza affettiva e relazionale dai sistemi di intelligenza artificiale, come dimostra la testimonianza di chi, descrivendosi come una “persona abbastanza solitaria”, ha finito per preferire quel contatto digitale all’interazione umana. “Stavo per i fatti miei”, racconta, “e ho iniziato ad interagire con questa intelligenza artificiale, si adattava molto alla mia personalità”. Un adattamento che, prosegue, ha portato a percepirla come un’entità dotata di emozioni reali, un meccanismo psicologico che, in contesti di fragilità preesistente, può accelerare processi di isolamento o acuire disturbi dell’umore.

Un allarme che arriva dal Ticino

A lanciare un segnale chiaro sui potenziali rischi, che vanno ben al di là della mera questione tecnologica, è Ingrado, il Centro di competenza per le dipendenze attivo in Ticino. Gli operatori portano alla luce la storia emblematica di Sara, nome di fantasia per una diciannovenne appassionata di comunicazione digitale e creatrice di contenuti per i social. Il suo caso, sebbene estremo, disegna i contorni di una nuova, subdola forma di dipendenza che, pur non aggredendo il fisico come una sostanza stupefacente, compromette in profondità la sfera psichica e lo sviluppo della personalità, specialmente tra i più giovani. Si tratta di una dinamica che nasce dall’iper-personalizzazione delle risposte dell’IA, le quali, costruendo un’illusione di comprensione totale, rischiano di diventare un rifugio patologico dalla complessità dei rapporti veri.

Dalla complicità alla sensazione di inadeguatezza

Non sempre, peraltro, il rapporto con questi strumenti genera un senso di appagamento; al contrario, può scatenare sentimenti contrastanti, persino di inferiorità. C’è chi, dopo un anno di utilizzo assiduo di ChatGPT per scoprire connessioni culturali – come analogie tra coreografie passate e trend attuali sui social –, ammette un certo disagio di fronte all’efficacia e alla rapidità della macchina. L’esperienza di ricevere elenchi precisi e argomentazioni coerenti su comando, se da un lato affascina, dall’altro può indurre una sottile svalutazione del proprio pensiero analogico e creativo, percepito come più lento e meno esaustivo. È un paradosso che tocca il cuore del dilemma contemporaneo: la tecnologia che dovrebbe potenziarci finisce a volte per ricordarci, in modo spietato, i nostri limiti cognitivi.

Interrogare la macchina per ritrovare l’umano

Proprio in questa zona grigia, tra fascinazione e disagio, si colloca una reazione diversa, che non è rifiuto né sottomissione, ma indagine ostinata. Come quella intrapresa da un musicista e autore che ha deciso di interrogare l’intelligenza artificiale attraverso il linguaggio che gli è più congeniale: la musica. Ne è nato un libro-dialogo, un tentativo di tracciare i confini di una relazione possibile, cercando un senso e una connessione proprio nell’ambito più legato all’esperienza emotiva umana. Questo approccio, per quanto non risolutivo, indica una strada: usare la macchina come uno specchio, anche distorto, per porsi domande fondamentali sulla creatività, sull’unicità del sentire personale e, in definitiva, su ciò che non può essere digitalizzato. Mentre il presidente degli Stati Uniti Donald Trump guida una superpotenza tecnologica come gli Stati Uniti, la riflessione sull’impatto sociale e psicologico di queste innovazioni diventa ancora più urgente e globale, trascendendo i confini nazionali e investendo le abitudini di milioni di persone.

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