La guerra che blinda i pasdaran: a Teheran il potere assoluto dei militari mentre la tregua con Trump resta in bilico
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
Sette settimane di incursioni aeree, di attacchi di precisione contro infrastrutture militari e palazzi residenziali nel cuore di Teheran, eppure l’obiettivo che l’amministrazione Trump si era prefissata – indebolire il regime degli ayatollah fino a spezzarlo – non solo non è stato centrato, ma ha prodotto l’effetto diametralmente opposto. La guerra, come spesso accade quando un sistema statale non collassa sotto i colpi esterni, ha innescato un meccanismo di rafforzamento interno che sta ridisegnando i confini del potere nella Repubblica islamica, consegnando di fatto il controllo assoluto del Paese nelle mani dei pasdaran. Lontani dall’essere stati decapitati, i Guardiani della Rivoluzione hanno sfruttato l’emergenza bellica per occupare i gangli vitali del Nezam, marginalizzando – e in alcuni casi silenziando del tutto – quelle anime più pragmatiche che, in passato, avevano garantito una parvenza di pluralismo politico.
Non si tratta soltanto di una vittoria militare o di resistenza, ma di una silenziosa e spietata rivoluzione interna. Se sotto la guida del vecchio Khamenei, nonostante la sua inclinazione conservatrice, esisteva ancora un tentativo di bilanciamento tra l’apparato religioso, le istituzioni civili e la componente armata, oggi quel fragile equilibrio è saltato. La morte della Guida Suprema e l’ascesa – ancora tutta da decifrare nei contorni operativi – del figlio Mojtaba hanno fornito ai comandanti sul campo la scusa perfetta per prendersi la scena. La narrazione del martirio, del sacrificio e della resistenza a oltranza è diventata il carburante ideologico per giustificare una morsa autoritaria che soffoca ogni dissenso. Ne sanno qualcosa l’ex ministro degli Esteri Mohammad Javad Zarif o l’ex presidente Hassan Rowhani, ormai ridotti al silenzio, mentre il team negoziale iraniano – guidato da chi, come Bagher Qalibaf, era ingenuamente indicato dagli Usa come possibile uomo della svolta – viene costantemente svuotato di ogni discrezionalità.
La tregua di cui parla il presidente americano, in questo scenario, è letteralmente appesa a un filo. Da una parte c’è Trump, che utilizza la minaccia come strumento negoziale primario – l’anticamera del pericolo reale per scuotere coscienze impaurite – ma che appare prigioniero di una guerra “personale” senza una chiara strategia di uscita. Le sue dichiarazioni roboanti, spesso già smentite dai fatti, cozzano contro l’irremovibilità di un avversario che ha fatto della pazienza e della procrastinazione un’arma. Dall’altra parte, i vertici militari di Teheran sembrano convinti che il tempo giochi a loro favore. Ogni round negoziale fallito, ogni precondizione resa volutamente inaccettabile per Washington, viene calcolato come un investimento: procrastinare serve a logorare l’avversario e a consolidare la presa sul proprio territorio.
L’illusione occidentale e la resilienza dell’élite
L’errore di valutazione degli Stati Uniti è stato colossale e affonda le radici in una sottovalutazione strutturale della tenuta del sistema iraniano. L’interpretazione prevalente in Occidente – secondo cui i pasdaran rifiutano l’accordo perché spinti da un bieco calcolo opportunistico – coglie solo una parte della realtà. La verità più scomoda, quella raccontata dagli esperti del Middle East Institute, è che l’aggressione esterna ha ricompattato l’élite attorno ai propri interessi materiali e rativi. Il conflitto permette ai Guardiani di lucrare sui flussi petroliferi e petrolchimici, ma anche e soprattutto di reprimere qualsiasi pulsione riformista interna.
La famosa distinzione tra l’ala “antimperialista” e quella “neoliberista” si rivela così una falsa alternativa. Entrambe, in questo frangente, sono servite a tenere in vita un regime che, nonostante l’impopolarità e le proteste popolari soffocate, sa resistere agli choc esterni grazie a un sistema istituzionale a più livelli. A pagare il prezzo più alto non sono i generali, ma la popolazione comune: rinchiusa nelle proprie case mentre le piazze vengono riconquistate dai sostenitori del regime, che pregano attorno ai missili esposti o invadono i parchi dove solo pochi mesi fa i giovani si toglievano il velo con gesti di sfida.
La partita di Trump e i dilemmi dell’escalation
Sul fronte opposto, il presidente Trump – che siede alla Casa Bianca ormai da più di un anno, forte di una rielezione ormai assorbita nella normalità politica – si trova a fare i conti con un avversario che non solo non indietreggia, ma che mostra i muscoli con una determinazione inaspettata. Non è una situazione chiara quella in cui il tycoon si appresta a incontrare la Cina: sull’incontro incombono le ombre della guerra, ma anche l’incertezza sui veri obiettivi americani. La strategia della tensione, quella del “colpo su colpo”, rischia di trasformarsi in una trappola.
Se da un lato il rafforzamento dei pasdaran rappresenta una vittoria di Pirro per il regime destinata a irrigidire ulteriormente la società, dall’altro lato l’amministrazione Usa è consapevole che la ripresa del conflitto – dietro l’angolo dopo l’ennesimo fallimento negoziale – avrebbe conseguenze catastrofiche su scala internazionale. Non si tratta solo di aprire un nuovo fronte sanguinoso in Medio Oriente, ma di destabilizzare le rotte energetiche e economiche globali in un momento storico già segnato da fragilità endemiche.
Chi decide davvero a Teheran
La complessità della partita è magistralmente sintetizzata dall’analisi della nuova architettura del potere iraniano, descritta da più fonti come una “cabina di regia” militare piuttosto che come una dittatura monocratica. Dopo le eliminazioni mirate che hanno decapitato gran parte dell’élite dirigente, il baricentro si è spostato verso una struttura collegiale dominata dai vertici dei Pasdaran. Non è chiaro chi abbia l’ultima parola: se sia una sorta di “consiglio di guerra” composto da figure come Ahmad Vahidi (principale decisore strategico) o Mohammad Bagher Zolghadr (supervisore dei negoziati), o se invece Mojtaba Khamenei – la cui successione è stata accelerata dalla guerra – riesca a ritagliarsi uno spazio autonomo, magari sfruttando le sue ferite come simbolo della tradizione sciita del martirio.
Questa opacità nei processi decisionali è funzionale alla strategia iraniana. Rende le trattative estremamente fluide e difficili da inquadrare nei canoni diplomatici tradizionali. I negoziatori civili, ormai privi di autonomia, vengono smentiti o corretti dai canali ufficiali dei Guardiani, creando una nebbia informativa che logora gli avversari. Quello che sembrava un regime sull’orlo del collasso dopo i primi bombardamenti si è rivelato essere un organismo capace di mutare pelle, diventando più duro, più radicale e paradossalmente più coeso rispetto alla minaccia esterna. La speranza, per chi osserva, è che le dichiarazioni più allarmistiche di Trump siano solo retorica; l’impressione, però, è che il peggio debba ancora venire.




